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Bernard Maris: "L'economia è resa appositamente incomprensibile, è il canto gregoriano della sottomissione degli uomini"
Denis Robert: "La raison pour laquelle je n'ai jamais fait un bon journaliste, c'est que je passe trop de temps à rêver à une vie meilleure". (La ragione per cui non sono mai stato un bravo giornalista è che passo troppo tempo a sognare una vita migliore)

domenica 26 aprile 2015

L'euro non è una moneta ma solo un accordo di cambi fissi

http://scenarieconomici.it/leuro-non-e-una-moneta-ma-solo-un-accordo-di-cambi-fissi-di-antonio-m-rinaldi/

gpg02 - Copy (601) - Copy - Copy - Copy - Copy - Copy E’ ormai luogo comune ritenere che l’EURO sia una valuta a tutti gli effetti come lo possa essere ildollaro statunitense, la sterlina inglese o lo yen giapponese, e la possibilità di poterlo utilizzare materialmente perché ce lo ritroviamo in tasca, supporta ancora di più questo errato convincimento.
L’ECU (Unità di Conto Europea), ad esempio, nonostante fosse essenzialmente il nome adottato dall’euro prima della determinazione dei cambi irrevocabili del 1999, era solamente una valuta “virtuale”, cioè unicamente negoziabile in transazioni finanziarie e accreditabile esclusivamente con metodi contabili. Chi non ricorda la possibilità di poter acquistare titoli emessi in quella valuta e, ahimè, anche contrarre mutui nella metà degli anni novanta?
L’ECU nacque infatti dalla creazione di un paniere di tutte le valute europee partecipanti al progetto dell’aggregazione monetaria e il suo andamento sui mercati era determinato autonomamente, ma in ogni caso comunque condizionato dalle oscillazioni delle valute che lo componevano, equivalente a una sorta di Fondo chiuso quotato sui mercati regolamentati le cui oscillazioni vengono influenzate anche dall’andamento dei titoli che ne fanno parte.
Nel momento nel quale vennero determinati i famosi rapporti di cambio irrevocabili nella riunionedell’ECOFIN del 30 dicembre del 1998 fra le valute ammesse all’euro, cessarono le oscillazioni fra le valute nazionali, tranne naturalmente la sterlina inglese e la corona danese che si chiamarono fuori esercitando la famosa opzione dell’opting-out.Vale la pena ricordare che i tedeschi imposero il cambiamento del nome ECU in EURO, non tanto per una vaga pronuncia francesizzante che avrebbe “irritato” il fiero popolo tedesco che stava diventando “orfano” del loro amatissimo Marco, simbolo del riscatto dopo due guerre perse malamente, ma per una assonanza non felice che si sarebbe creata con la loro lingua, in quanto la pronuncia “ein ecu” (un ecu), sarebbe stata troppo assimilabile a “una vacca”!
In compenso noi non siamo neanche riusciti ad imporre le banconote da 1 e 2 euro che avrebbero almeno in parte mitigato la nostra atavica propensione ad attribuire alla cartamoneta un valorevisivo superiore alle monete metalliche, relegate invece da sempre al concetto di “spicci”.
In ogni modo il primo gennaio del 1999, ci siamo ritrovati come moneta sempre le lire, ma con ormai il tasso di cambio fisso fra le altre valute europee a valori di concambio prestabiliti e non più modificabili nel tempo.Questo status è durato per tre anni, cioè fino al primo gennaio del 2002, quando furonomaterialmente immesse in circolazione le banconote e le monete dell’euroterminando il periodo di convivenza delle varie monetede facto comunque divenute già euro, per la fissazione dei concambi a valori fissi e irrevocabili nel tempo.
Teoricamente ciascun paese avrebbe potuto continuare a usare le proprie banconote, ormai legate fra di loro da rapporti di cambi fissi irrevocabili, ma gli accordi prevedevano anche la loro sostituzione fisica con una moneta materiale comune che evitasse la tentazione del ritorno alla fluttuazione che qualche paese avrebbe potuto invocare successivamente… Praticamente una evoluzione dell’accordo SME ma “blindato”, cioè senza possibilità di modificare i rapporti di cambio ne tanto meno eventuali bande di oscillazioni e soprattutto “sine die” con l’aggiunta (poi rivelatasi essere il vero cappio al collo!) di rinunciare alla determinazione delle rispettive politiche economiche ad esclusivo appannaggio della UE. Per chi non l’avesse ancora capito (chi ci sgoverna ormai l’ha capito!) siamo esattamente nella stessa situazione in cui si trovò l’Argentina quando agganciò il suo peso al cambio fisso con il dollaro, con l’aggravante che ora noi non possiamo svincolarci e che dobbiamo eseguire fedelmente politiche di bilancio e fiscali scritte a Bruxelles e Francoforte (previo visto di Berlino).A supporto della tesi dell’euro sia una valuta sui generis, derivante cioè dall’evoluzione deiprecedenti accordi di cambi, vi è la considerazione che continuano a esserci ancora diversi livelli di tassi, uno per ciascuna precedente valuta, inconcepibile e incompatibile con una vera e effettiva moneta.  Lo stesso meccanismo del QE concepito dalla BCE come ultimo tentativo di stimolo monetario per far uscire gran parte del Continente europeo dalla deflazione, ha ribadito che gli Stati eurodotati ancora devono fare la loro parte come se fossero ancora con le proprie valute visto che lerispettive Banche Centrali sono chiamate ad assumersi gli eventuali rischi nella misura dell’80%Ma allora che moneta comune è? Part-time?Infatti che senso ha avere la stessa formale divisa se poi si accetta di farla convivere con tassi d’interesse così ampiamente diversi che diversificano e catalogano ogni paese membro,facendo coesistere nei fatti nella stessa aggregazione un euro di serie A, detenuto dalla Germania, e tanti euro di serie B o di serie C in relazione al tasso d’interesse espresso da ciascun paese? Un modo per affermare che in questa area valutaria anomala, non certo ottimale, la valuta non si conta ma si pesa!
Del pari francamente non si capisce come si possa aver dato sufficientemente credito a quei report redatti da blasonate società internazionali di consulenza, sostenute anche da Istituzioni nazionali http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-05/bankitalia-spread-corretto-063547.shtml?uuid=AbFj9bYG , che sostenevano convinti che il corretto differenziale fra gli omologhi titoli decennali pubblici italiani e tedeschi sarebbe dovuto essere di 200 punti base, certificando palesemente che l’euro non è realmente una vera moneta a tutti gli effetti, perché altrimenti il suo corretto differenziale sarebbe dovuto essere tendenzialmente pari allo zero!
E’ in questione uno dei punti cruciali di distorsione che non è stato sufficientemente chiarito all’opinione pubblica dalla maggior parte dei nostri “bravi” politici e tecnici che non l’avevano a monte percepito perfettamente neanche loro. E’ evidente che il citato differenziale esiste e continuerà sempre ad esistereperché i fondamentali macro delle economie sottostanti rimangono comunque diverse e non supportate da nessuna unione politica e fiscale.Anzi questa pseudo moneta, che lascia la gestione dei debiti pubblici ai rispettivi paesi, essendo stati quest’ultimi privati di qualsiasi tipo di Sovranità monetaria, determinando che l’indebitamento sia contratto in valuta estera, sta sempre più assumendo un ruolo d’imporre metodi di governoestraniando i rispettivi Parlamenti da qualsiasi potere decisionale.
Se aggiungiamo poi che la governance di questa moneta è affidata alla Troika che si avvale di personaggi non eletti, il modello di democrazia che ne scaturisce è più assimilabile a quello praticato nel Medioevo che a quello auspicabile per il XXI secolo.Insomma tutto l’impianto su cui si fonda l’euro si è dunque rivelato essere un accordo di cambi fissi mascherato, il cui accesso e permanenza è subordinato al rispetto nel tempo di parametri di convergenza che via via sono divenuti più stringenti essendo supportati sempre più da regole dettate pressantemente e in modo arrogante dalla Germania nell’esclusivo perseguimento dei propri interessi con l’introduzione di meccanismi automatici sempre più vincolanti.
In parole semplici, quando furono fissati i valori di concambio irrevocabili fra le valute dei paesi aderenti alla fase finale dell’unione monetaria, noi non abbiamo fatto altro che vincolarci a rapporti fissi di cambio e non più fluttuanti senza la possibilità di poter perseguire in modo autonomo la nostra politica monetaria scaturita dalla nostra politica economica tarata per la nostra economia.Quel 1936,27 significava infatti che il marco per sempre e irrevocabilmente si sarebbe rapportato con noi a 989,999 lire, essendo il loro concambio con l’euro a 1,95583 per un marco (989,999 x 1,985583 = 1936,27) senza possibilità di intraprendere autonome politiche economiche.Perciò l’Italia è morta! Grazie Amato, Prodi, Ciampi e a tutti quei “furbi” che ancora battono le mani strillando “lo vuole l’Europa”! Antonio Maria Rinaldi

venerdì 24 aprile 2015

COSA SONO I PETRODOLLARI ? SPIEGAZIONE RUDIMENTALE




Dirigenti delle Entrate decaduti, atti nulli: da Milano la prima sentenza


http://www.laleggepertutti.it/86006_dirigenti-delle-entrate-decaduti-atti-nulli-da-milano-la-prima-sentenza
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Annullato dalla CTP di Milano l’avviso sottoscritto da un funzionario incaricato.


Ci siamo! È arrivata la prima sentenza che – dopo la pronuncia della Corte Costituzionalecon cui sono stati decapitati i 767 funzionari dell’Agenzia delle Entrate promossi senza concorso – annulla l’avviso di accertamento fiscale firmato dal funzionario di “falso dirigente”. E chissà come si sentirà la Orlandi (direttore dell’Agenzia delle Entrate) ora che i giudici hanno iniziato a sconfessare quanto dalla stessa detto pubblicamente, secondo peraltro una tesi giuridica strampalata: “Non buttate i vostri soldi” aveva profetizzato “gli atti sono validi”. Una dichiarazione che, oltre a sostituirsi a quella dei giudici (peraltro proveniente dalla controparte processuale e, perciò, più simile a una minaccia), non trovava alcun sostegno nei precedenti giurisprudenziali.

Ed ora arriva la Commissione tributaria provinciale di Milano, con una sentenza [1] che potrebbe definirsi storica – non tanto per la novità del principio affermato (che, come detto, era già stato ribadito più volte nelle aule dei tribunali tributari) quanto per il fatto che, coraggiosamente, è la prima che sconfessa le tesi del Fisco e del Ministero dell’Economia. In particolare, giudici tributari meneghini hanno dichiarato la nullità di un avviso di accertamento sottoscritto da un funzionario cui erano stati conferiti incarichi dirigenziali senza concorso pubblico.

La vicenda
Un imprenditore aveva impugnato un avviso di accertamento ai fini Irpef, Irap ed Iva, deducendo molteplici vizi fra cui la nullità dell’atto irregolare sottoscrizione apposta da soggetto non abilitato.
La Ctp ha ritenuto sufficiente, ai fini della decisione, l’illegittimità dell’atto in relazione alla sottoscrizione dello stesso posto che – come abbiamo più volte ricordato in queste pagine – la il testo unico sulle imposte sui redditi [2] – prescrive che gli avvisi di accertamento debbano essere sottoscritti, a pena di nullità, dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della “carriera direttiva” da lui delegato. Nel caso specifico l’avviso non era stato firmato dal capo dell’ufficio (il direttore provinciale) bensì da un funzionario, asseritamente, da lui delegato. Il ricorrente aveva espressamente chiesto in giudizio che l’ufficio desse prova sia dell’esistenza di tale delega sia della carriera direttiva del delegato. L’ufficio aveva adempiuto alla prima richiesta, depositando la delega, ma non aveva dato dimostrazione della carriera direttiva. Il nome del firmatario, inoltre, compariva nell’ordinanza del Consiglio di Stato [3] fra quelli cui erano stati conferiti incarichi dirigenziali senza concorso pubblico (da noi pubblicata in Ecco i nomi dei falsi dirigentie in Come sapere i nomi dei dirigenti senza poteri).

Con una certa soddisfazione, noi di La Legge per Tutti siamo stati i primi a sostenere la tesi della nullità degli atti (leggi tutti i nostri articoli sui Dirigenti dell’Agenzia delle Entrate senza poteri) e ora possiamo dire che uno dei più rigorosi tribunali d’Italia, da molti altri utilizzato come “indirizzo” giurisprudenziale, ha confermato quanto sostenuto. Gli atti fiscali non possono essere firmati da personale privo di poteri della carriera direttiva. Quei 767 dirigenti – che in realtà erano funzionari a cui era stato dato un posto senza il pubblico concorso e che la Corte Costituzionale ha dichiarato decaduti – non avevano il potere di impegnare, nei confronti del contribuente, l’Agenzia delle Entrate, sottoscrivendo atti che andavano a comprimere i diritti del contribuente.

E allora sbaglia il direttore dell’Agenzia delle Entrate quando parla di “liti temerarie” quelle che potrebbero essere intraprese dai contribuenti per far annullare accertamenti cartelle esattoriali di Equitalia. Non si tratta, dunque, né di un polverone sollevato dagli avvocati o dagli speculatori, né di illusioni ingenerate nei contribuenti.

Ora l’Agenzia delle Entrate dovrà fare i conti con il pericolo di un “buco” enorme…



CTP Milano, sez. XXV, sentenza 31 marzo – 10 aprile 2015, n. 3222
Presidente Verniero – Relatore Ingino
Svolgimento del processo
Con tempestivo ricorso il signor (…) impugnava l’avviso di accertamento n. T9D012G05894 emesso dall’Agenzia delle Entrate, Direzione
Provinciale Il di Milano e relativo ad IRPEF, IRAP ed IVA per l’anno 2008 e adiva la
Commissione         Tributaria     Provinciale di Milano per ivi sentire dichiarare l’illegittimità della pretesa tributaria e l’annullamento dell’atto impugnato. Deduceva il ricorrente l’inesistenza della notificazione dell’atto impugnato e la conseguente decadenza del potere Impositivo dell’Ufficio, nonché la nullità dell’atto per violazione dell’art. 29 D.L. n. 78/2010, mancata indicazione del responsabile del procedimento ed irregolarità della sottoscrizione apposta da soggetto non abilitato, nonché, nel merito, per indeterminatezza dell’importo preteso ed illegittimità della verifica subita, violazione del principio del contraddittorio ed infondatezza del rilievi operati dai verificatori.
Si costituiva in giudizio l’Ufficio contestando la fondatezza del proposto ricorso e chiedendo la conferma dell’atto impugnato.
All’udienza del 31/3/15 il ricorso veniva deciso come da dispositivo.
Motivi della decisione
Occorre preliminarmente esaminare l’eccezione di illegittimità dell’atto sollevata dalla ricorrente in relazione alla sottoscrizione dello stesso, asseritamente apposta da soggetto non abilitato.
Rileva questa Commissione che la ricorrente ha prodotto in giudizio ampia documentazione atta a comprovare che colui che ha firmato l’avviso di accertamento impugnato, tale “Capo Area” per delega del Direttore Provinciale non era munito del potere dì sottoscrivere gli atti in reggenza, così come stabilito dal D.P.R. 266/1987, articolo 20, comma 1, lett. a) e b).
Invero, risulta agli atti che proprio in relazione alla posizione, tra gli altri, del predetto era stata sollevata dalla Sezione IV del Consiglio di Stato, con ordinanza 26/11/13, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, comma 24, D.L. 2 marzo 2012 n. 16 (conv. in L. 26 aprile 2012 n. 44) che consentiva a funzionari privi della relativa qualifica, di essere destinatari di conferimento di incarico dirigenziale (e dunque di accedere allo svolgimento di mansioni proprie di un’area e qualifica afferente ad un ruolo diverso nell’ambito dell’organizzazione pubblica) anche senza positivo superamento di idoneo concorso.
Con sentenza n. 37 del 17 marzo 2015 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della disposizione predetta per violazione degli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione, avendo tale norma contribuito “all’indefinito protrarsi nel tempo di un’assegnazione asseritamente temporanea di mansioni superiori, senza provvedere alla copertura dei posti dirigenziali vacanti da parte del vincitori di una procedura concorsuale aperta e pubblica”.
Ne consegue la nullità dell’atto di accertamento sottoscritto da soggetto non dotato di nona qualifica funzionale. I restanti motivi di ricorso rimangono assorbiti.
Poiché l’accoglimento del ricorso consegue a pronuncia di incostituzionalità intervenuta solo successivamente alla proposizione del medesimo, sussistono gravi motivi per compensare interamente le spese processuali.
P.Q.M.
La commissione accoglie il ricorso. Spese compensate

Fa crollare l’Italia, poi se la compra. Ma chi è BlackRock?

http://www.libreidee.org/2015/04/fa-crollare-litalia-poi-se-la-compra-ma-chi-e-blackrock/




Faccio scoppiare l’Italia con lacrisidello spread, la costringo a svendere i gioielli di famiglia e quindi arrivo io, col portafogli in mano, pronto a rilevare a prezzi stracciati interi settori vitali dell’economiaitaliana, messa in ginocchio dalla manovra finanziaria. Secondo “Limes”, l’architetto supremo del complotto non è la Germania, ma il colossale fondo d’investimenti statunitense BlackRock, azionista rilevante della Deutsche Bank che nel 2011, annunciando la vendita dei titoli di Stato italiani, fece esplodere il divario tra Btp e Bund causando la “resa” di Berlusconi e l’avvento di Monti, l’emissario del grande business straniero. La rivista di Lucio Caracciolo, riassume Maria Grazia Bruzzone su “La Stampa”, ha messo a fuoco un po’ meglio le dimensioni, gli interessi e il veropoteredel primo fondo d’investimenti mondiale, fattosi sotto con l’ascesa di Renzi a Palazzo Chigi, dopo che ormai il Pil italiano era stato letteralmente raso al suolo dai tecnocrati nostrani, in accordo con quelli di Bruxelles. Il “Moloch dellafinanzaglobale” vanta la gestione di 30.000 portafogli, per un totale di 4.650 miliardi di dollari: non ha rivali al mondo ed è una delle 4-5 “istituzioni” che ricorrono tra i maggiori azionisti delle banche americane.
Con la globalizzazione dell’economia, il valore complessivo delle attività finanziarie internazionali primarie è passato dal 50% al 350% del Pil mondiale, raggiungendo i 280.000 miliardi di dollari, di cui solo il 25% legato agli scambi di merci. E il valore dei derivati negoziati fuori dalle Borse (“over the counter”) a fine giugno 2013 aveva toccato i 693.000 miliardi di dollari, in gran parte legati al mercato delle valute: al Forex si scambiano in media 1.900 miliardi di dollari al giorno. Tutto ha avuto inizio col neoliberismo promosso da Margaret Thatcher e Ronald Reagan: deregulation e meno vincoli per le megabanche, autorizzate a “giocare” con sempre nuovi prodotti finanziari come gli “hedge fund”, i fondi a rischio speculativi e le società di investimento spesso collegate alle banche, innanzitutto anglosassoni. Il colpo di grazia porta la firma di Bill Clinton, che negli anni ‘90 rende assoluta la deregolamentazione dellafinanza, abolendo il Glass-Steagal Act creato da Roosevelt negli anni ‘30 per limitare la speculazione alle sole banche d’affari e tenere il credito commerciale al riparo dalla “ruolette” finanziaria di Wall Street che aveva causato la GrandeCrisidel 1929.
A estendere al resto del mondo l’immediata cancellazione dei vincoli di sicurezza provvide il Wto, egemonizzato dagliUsa, su impulso delle megabanche, dell’allora segretario al Tesoro Larry Summers e del suo vice Tim Geithner, futuro ministro di Obama. Questo il clima in cui cominciò l’ascesa di BlackRock, autonoma dal 1992 e basata a New York, pronta a inserirsi in banche e aziende acquistando azioni, obbligazioni, titoli pubblici e proprietà, per un totale di oltre 4.500 miliardi, cioè pari al Pil della Francia sommato a quello della Spagna. BlackRock comincia anche a farpolitica: entra nel capitale delle due maggiori agenzie di rating, “Standard & Poor’s” (5,44%) e “Moody’s” (6,6%), ottenendo la possibilità di influire sulla determinazione di titoli sovrani, azioni e obbligazioni private, incidendo così su prezzo e valore delle attività acquistate o vendute. Quindi opera anche nell’analisi del rischio, vendendo “soluzioni informatiche” per la gestione di dati economici e finanziari, ed elabora dati che «incorporano anche pesanti elementi politici».
Naturalmente sfrutta appieno lacrisidel 2007: due anni dopo, lo stesso Geithner consulta proprio BlackWater per valutare gli asset tossici di Bear Stearns, Aig e Morgan Stanley. Compiti che BlackRock esegue, «agendo alla stregua di una sorta di Iri privato». Nel 2009 fa anche un colpo grosso, acquistando Barclays Investment Group, col suo carico immenso di partecipazioni azionarie nelle principali multinazionali. Il colosso finanziario americano informa e «manipola i propri clienti, utilizzando tecniche e software non diversi da quelli impiegati da Google (di cui ha il 5,8%) o dalla Nsa per sondare gli umori della gente», scrive “Limes”. Si serve della piattaforma Aladdin, «con almeno 6.000 computer in 12 siti più o meno segreti, 4 dei quali di nuova concezione, ai quali si rapportano 20.000 investitori sparsi per il mondo». Il suo centro studi d’eccellenza, il “BlackRock Investment Institute”, esamina le variabili politico-strategiche: il maxi-fondo è interessato al profitto «ma anche alla stabilità, sicurezza e prosperità degli Stati Uniti». Il fondatore e leader, Larry Fink, è considerato «il più importante personaggio dellafinanzamondiale», eppure resta «virtualmente uno sconosciuto» a Manhattan, secondo “Vanity Fair”.
Proprio BlackRock, aggiunge “Limes” è probabilmente il vero regista dellacrisiitaliana del 2011, o meglio della capitolazione dell’Italia di fronte agli appetiti della grandefinanza. Lo spread fra i Bund tedeschi e i nostri Btp iniziò a dilatarsi non appena il “Financial Times” rese noto che nei primi sei mesi di quell’anno Deutsche Bank aveva venduto l’88% dei titoli che possedeva, per 7 miliardi di euro. «Molti videro un attacco al nostro paese ispirato da Berlino e dai poteri forti di Francoforte», ma forse – secondo “Limes” – non era così. La rivista di Caracciolo rivela che il potente istituto di credito tedesco aveva allora un azionariato diffuso, il 48% del capitale sociale era detenuto fuori dalla Repubblica Federale, e il suo azionista più importante era proprio BlackRock con il 5,1%. Peraltro, aggiunge la Bruzzone sulla “Stampa”, oggi la “Roccia Nera” detiene in Deutsche Bank una quota ancor maggiore (il 6,62%) e ne è il maggior azionista, seguito da Paramount Service Holdings, basato alle Isole Vergini Britanniche. «Si può escludere che il fondo non abbia avuto alcuna parte in una decisione tanto strategica come quella di dismettere in pochi mesi quasi tutti i titoli del debito sovrano di un paese dell’Ue?».
«Se attacco c’è stato non è detto che sia stato perpetrato dalle autorità politiche ed economiche della Germania: è un fatto che a picchiare più duramente contro i nostri titoli a partire dall’autunno 2011 siano proprio “Standard & Poor’s” e “Moody’s”». Un’ipotesi, quella di Limes, che getta nuova luce su tanta parte della narrazione di questi anni sulla Germania, l’Europae i Piigs, a partire dalle polemiche di quell’agosto bollente, «con Merkel e Sarkozy fustigati da Giuliano Amato sul “Sole 24 Ore”», anche se Amato – ricorda la Bruzzone – in quel 2011 era fra l’altro “senior advisor” proprio di Deutsche Bank. «E chissà che senza la decisione di Deutsche Bank di vendere i titoli di Stato di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, la tempesta finanziaria non sarebbe iniziata». Un’ipotesi realistica, secondo la Bruzzone, che apre altri interrogativi: sugli intrecci frapoterefinanziario e politico, sul “poteresovrano” degli Stati (anche della potente Germania) e sulla composizione azionaria di questi onnipotenti istituti. Banche, fondi, superfondi: di chi sono? Chi decide che cosa, al di là dei luoghi comuni ripetuti delle narrative ufficiali?
La fine della Deutsche Bank come motore sano dell’economiaindustriale tedesca risale all’epoca del crollo dell’Urss, quando l’attenzione dellafinanzaangloamericana si concentra sull’Europa. E avviene a seguito di misteriosi omicidi, scrive la giornalista della “Stampa”, ricordando che Alfred Herrhausen, presidente della banca e consigliere fidato del cancelliere Kohl – un uomo che aveva in mente uno sviluppo della mission tradizionale e stilò addirittura un progetto di rinascita delle industrie ex comuniste, in Germania, Polonia e Russia, andandone persino parlarne a Wall Street – venne «improvvisamente freddato fuori dalla sua villa», a fine 1989. Si disse dalla Raf, o dalla Stasi, o da altri ancora. Stessa sorte toccò al suo successore, altro economista che si era opposto alla svendita delle imprese ex comuniste elaborando piani industriali alternativi alla privatizzazione. Fu ucciso nel 1991 da un tiratore scelto.
Dopo di lui, alla sede londinese di Deutsche Bank arriva uno squadrone di ex banchieri della Merrill Lynch, compreso il capo, che diventa presidente, riorganizzando tutto in senso “moderno”. Anche lui però muore, a soli 47 anni, «in uno strano incidente del suo aereo privato». Va meglio al suo giovane braccio destro, Anshu Jain, un indiano con passaporto britannico, cresciuto professionalmente a New York, tutt’oggi presidente della banca diventata prima al mondo per quantità di derivati, spodestando Jp Morgan: la Deutsche Bank infatti è considerata fuori dalle righe “la banca più fallita del mondo”, «esposta per 55.000 miliardi, cioè 20 volte il Pil tedesco», a fronte di depositi per appena 522 miliardi. «Quanto è pericoloso ilpoteredi mercato delle maggiori banche di investimento?». Se lo chiedeva due anni fa lo “Spiegel”, riportando un durissimo scontro fra Deutsche Bank e il ministro tedesco dell’economia, il super-massone Wolfgang Schaeuble.
Scriveva il settimanale: «Un pugno di società finanziarie domina il trading di valute, risorse naturali, prodotti a interesse. Migliaiaia di investitori comprano, vendono, scommettono. Ma le transazioni sono in mano a un club di istituti globali come Deutsche Bank, Jp Morgan, Goldman Sachs. Quattro banche maneggiano la metà delle transazioni di valuta: Deutsche Bank, Citigroup, Barclays e Ubs». Un’altra ragione che dovrebbe farci prestare attenzione alla “Roccia Nera”, aggiunge “Limes”, è che ha messo radici in molte realtà imprenditoriali nel nostro paese. Per “L’Espresso”, addirittura, «si sta comprando l’Italia». Se un altro colosso americano, State Street Corporations, ha acquistato la divisione “securities” di Deutsche Bank e nel 2010 ha comprato l’attività di “banca depositaria” di Intesa SanPaolo (custodia globale, controllo di regolarità delle operazioni, calcoli, amministrazione delle quote, servizi ausiliari, gestione dei cambi e prestito di titoli), è proprio BlackRock a far la parte del leone.
A fine 2011, il super-fondo americano aveva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di Unicredit, il 3,5% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat e Telecom Italia, il 2,5% di Eni e Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia (che controlla Autostrade) e Terna, il 2% della Banca Popolare di Milano, Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi. E oggi Molte di queste quote sono cresciute e BlackRock è ormai il primo azionista di Unicredit (col 5,2%) e il secondo azionista di Intesa SanPaolo (5%). Stessa quota in Atlantia, mentre avrebbe ill 9,4% di Telecom. «Presidi strategici, che permetteranno a BlackRock di posizionarsi al meglio in vista delle privatizzazioni prossime venture invocate da molti “per far scendere il debito”», scrive “Limes”. E’ la nuova ondata in arrivo, dopo quella del 1992-93 a prezzi di saldo. «Lacrisidei Piigs a che altro serve, se no?».
Chi è BlackRock? Il web rivela, più che altro, un labirinto. Secondo “YahooFinanza”, il maggiore azionista (21,7%) sarebbe Pnc, antica banca di Pittsburgh, quinta per dimensioni negliUsama poco nota. Azionisti numero uno e due sarebbero Norges Bank, cioè la banca centrale di Norvegia, e Wellington Management Co., altro fondo di investimenti, di Boston, con 2.100 investitori istituzionali in 50 paesi e asset per 869 miliardi di dollari. Poi ci sono State Street Corporation, Fmr-Fidelity e Vanguard Group, che a loro volta sono gli unici investitori istituzionali di Pnc. Sempre loro, i “magnifici quattro”, si ritrovano con varie quote fra gli azionisti delle principali megabanche: non solo Jp Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo, ma anche le banche d’affari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of Ny Mellon. A ricorrere nell’azionariato di questi istituti ci sono anche altre società e banche, ma i “magnifici quattro” non mancano mai.
Oltre ai soliti BlackRock, Vanguard, in Barclays – megabanca britannica che risale al 1690 – è presente anche Qatar Holding, sussidiaria del fondo sovrano del Golfo, specializzata in investimenti strategici. La stessa holding qatariota è anche maggior azionista di Credit Suisse, seguita dall’Olayan Group dell’Arabia Saudita, che ha partecipazioni in svariate società di ogni genere, mentre nell’altra megabanca elvetica, Ubs, si ritrovano BlackRock, una sussidiaria di Jp Morgan, una banca di Singapore e la solita Banca di Norvegia. Barclays Investment Group compariva tra i grandi azionisti di BlackRock, e viceversa, ma prima dellacrisidel 2008: dopo, non più – almeno in apparenza. Su “Global Research”, Matthias Chang mostra come nel 2006 “octopus” Barclays fosse davvero una piovra con tentacoli ovunque: Bank of America, Wells Fargo, Wachovia, Jp Morgan, Bank of New York Mellon, Goldman Sachs, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Lehman Brothers e Bear Sterns, senza contare un lungo elenco di multinazionali di ogni genere, americane ed europee, comprese le miniere, senza dimenticare i grandi contractor della difesa.
Dopo lacrisi, che ha rimescolato le carte dell’élite finanziaria, il paesaggio cambia: Barclays Global Investors viene comprata nel 2009 da BlackRock. Il maxi-fondo, che nel  2006 aveva raggiunto il trilione di dollari in asset, dal 2010 al 2014 cresce ancora (fino ai 4.600 miliardi di dollari) insieme a Vanguard, presente in Deutsche Bank. Seguite i soldi, raccomanda il detective. Chi c’è dietro? «Attraverso il crescente indebitamento degli Stati – scrive la Bruzzone – megabanche e superfondi collegati, già azionisti di multinazionali, stanno entrando nel capitale di controllo di un numero crescente di banche, imprese strategiche, porti, aeroporti, centrali e reti energetiche. Solo per bilanciare l’espansione dei cinesi?». E’ un processo che va avanti da anni, «accelerato molto dalla “crisi” del 2007-8 e dalle politiche controproducenti come l’austerità, che sempre più si rivela una sceltapolitica». Tutto ciò è «evidentissimo nei paesi del SudEuropa, Grecia in testa, ma presente anche altrove e negli stessi Stati Uniti». Lo dicono blogger come Matt Taibbi ed economisti come Michael Hudson. Titolo del film: più che Germania contro Grecia, è la guerra delle banche verso il lavoro. Guerra che continua, dopo Thatcher e Reagan, nel mondo definitivamente globalizzato dai signori dellafinanza.
Faccio scoppiare l’Italia con la crisi dello spread, la costringo a svendere i gioielli di famiglia e quindi arrivo io, col portafogli in mano, pronto a rilevare a prezzi stracciati interi settori vitali dell’economia italiana, messa in ginocchio dalla manovra finanziaria. Secondo “Limes”, l’architetto supremo del complotto non è la Germania, ma il colossale fondo d’investimenti statunitense BlackRock, azionista rilevante della Deutsche Bank che nel 2011, annunciando la vendita dei titoli di Stato italiani, fece esplodere il divario tra Btp e Bund causando la “resa” di Berlusconi e l’avvento di Monti, l’emissario del grande business straniero. La rivista di Lucio Caracciolo, riassume Maria Grazia Bruzzone su “La Stampa”, ha messo a fuoco un po’ meglio le dimensioni, gli interessi e il vero poteredel primo fondo d’investimenti mondiale, fattosi sotto con l’ascesa di Renzi a Palazzo Chigi, dopo che ormai il Pil italiano era stato letteralmente raso al suolo dai tecnocrati nostrani, in accordo con quelli di Bruxelles. Il “Moloch della finanza globale” vanta la gestione di 30.000 portafogli, per un totale di 4.650 miliardi di dollari: non ha rivali al mondo ed è una delle 4-5 “istituzioni” che ricorrono tra i maggiori azionisti delle banche americane.
Con la globalizzazione dell’economia, il valore complessivo delle attività finanziarie internazionali primarie è passato dal 50% al 350% del Pil mondiale, raggiungendo i 280.000 miliardi di dollari, di cui solo il 25% legato agli scambi di merci. E il valore Giuliano Amato, nel 2011 advisor di Deutsche Bankdei derivati negoziati fuori dalle Borse (“over the counter”) a fine giugno 2013 aveva toccato i 693.000 miliardi di dollari, in gran parte legati al mercato delle valute: al Forex si scambiano in media 1.900 miliardi di dollari al giorno. Tutto ha avuto inizio col neoliberismo promosso da Margaret Thatcher e Ronald Reagan: deregulation e meno vincoli per le megabanche, autorizzate a “giocare” con sempre nuovi prodotti finanziari come gli “hedge fund”, i fondi a rischio speculativi e le società di investimento spesso collegate alle banche, innanzitutto anglosassoni. Il colpo di grazia porta la firma di Bill Clinton, che negli anni ‘90 rende assoluta la deregolamentazione della finanza, abolendo il Glass-Steagal Act creato da Roosevelt negli anni ‘30 per limitare la speculazione alle sole banche d’affari e tenere il credito commerciale al riparo dalla “ruolette” finanziaria di Wall Street che aveva causato la Grande Crisi del 1929.
A estendere al resto del mondo l’immediata cancellazione dei vincoli di sicurezza provvide il Wto, egemonizzato dagli Usa, su impulso delle megabanche, dell’allora segretario al Tesoro Larry Summers e del suo vice Tim Geithner, futuro ministro di Obama. Questo il clima in cui cominciò l’ascesa di BlackRock, autonoma dal 1992 e basata a New York, pronta a inserirsi in banche e aziende acquistando azioni, obbligazioni, titoli pubblici e proprietà, per un totale di oltre 4.500 miliardi, cioè pari al Pil della Francia sommato a quello della Spagna. BlackRock comincia anche a far politica: entra nel capitale delle due maggiori agenzie di rating, “Standard & Poor’s” (5,44%) e “Moody’s” (6,6%), ottenendo la possibilità di influire sulla determinazione di titoli sovrani, azioni e obbligazioni private, incidendo così su prezzo e valore delle attività acquistate o Lucio Caracciolovendute. Quindi opera anche nell’analisi del rischio, vendendo “soluzioni informatiche” per la gestione di dati economici e finanziari, ed elabora dati che «incorporano anche pesanti elementi politici».
Naturalmente sfrutta appieno la crisi del 2007: due anni dopo, lo stesso Geithner consulta proprio BlackWater per valutare gli asset tossici di Bear Stearns, Aig e Morgan Stanley. Compiti che BlackRock esegue, «agendo alla stregua di una sorta di Iri privato». Nel 2009 fa anche un colpo grosso, acquistando Barclays Investment Group, col suo carico immenso di partecipazioni azionarie nelle principali multinazionali. Il colosso finanziario americano informa e «manipola i propri clienti, utilizzando tecniche e software non diversi da quelli impiegati da Google (di cui ha il 5,8%) o dalla Nsa per sondare gli umori della gente», scrive “Limes”. Si serve della piattaforma Aladdin, «con almeno 6.000 computer in 12 siti più o meno segreti, 4 dei quali di nuova concezione, ai quali si rapportano 20.000 investitori sparsi per il mondo». Il suo centro studi d’eccellenza, il “BlackRock Investment Institute”, esamina le variabili politico-strategiche: il maxi-fondo è interessato al profitto «ma anche alla stabilità, sicurezza e prosperità degli Stati Uniti». Il fondatore e leader, Larry Fink, è considerato «il più importante personaggio della finanza mondiale», eppure resta «virtualmente uno sconosciuto» a Manhattan, secondo “Vanity Fair”.
Proprio BlackRock, aggiunge “Limes” è probabilmente il vero regista della crisi italiana del 2011, o meglio della capitolazione dell’Italia di fronte agli appetiti della grande finanza. Lo spread fra i Bund tedeschi e i nostri Btp iniziò a dilatarsi non appena il “Financial Times” rese noto che nei primi sei mesi di quell’anno Deutsche Bank aveva venduto l’88% dei titoli che possedeva, per 7 miliardi di euro. «Molti videro un attacco al nostro paese ispirato da Berlino e dai poteri forti di Francoforte», ma forse – secondo “Limes” – non era così. La rivista di Caracciolo rivela che il potente istituto di credito tedesco aveva allora un azionariato diffuso, il 48% del capitale sociale era detenuto fuori dalla Repubblica Federale, e il suo azionista più importante era proprio BlackRock con il 5,1%. Peraltro, aggiunge la Bruzzone sulla “Stampa”, oggi la “Roccia Nera” detiene in Deutsche Bank una quota ancor maggiore (il 6,62%) e ne è il maggior azionista, seguito da Paramount Service Holdings, basato alle Larry Fink, il boss di BlackRockIsole Vergini Britanniche. «Si può escludere che il fondo non abbia avuto alcuna parte in una decisione tanto strategica come quella di dismettere in pochi mesi quasi tutti i titoli del debito sovrano di un paese dell’Ue?».
«Se attacco c’è stato non è detto che sia stato perpetrato dalle autorità politiche ed economiche della Germania: è un fatto che a picchiare più duramente contro i nostri titoli a partire dall’autunno 2011 siano proprio “Standard & Poor’s” e “Moody’s”». Un’ipotesi, quella di Limes, che getta nuova luce su tanta parte della narrazione di questi anni sulla Germania, l’Europa e i Piigs, a partire dalle polemiche di quell’agosto bollente, «con Merkel e Sarkozy fustigati da Giuliano Amato sul “Sole 24 Ore”», anche se Amato – ricorda la Bruzzone – in quel 2011 era fra l’altro “senior advisor” proprio di Deutsche Bank. «E chissà che senza la decisione di Deutsche Bank di vendere i titoli di Stato di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, la tempesta finanziaria non sarebbe iniziata». Un’ipotesi realistica, secondo la Bruzzone, che apre altri interrogativi: sugli intrecci fra potere finanziario e politico, sul “potere sovrano” degli Stati (anche della potente Germania) e sulla composizione azionaria di questi onnipotenti istituti. Banche, fondi, superfondi: di chi sono? Chi decide che cosa, al di là dei luoghi comuni ripetuti delle narrative ufficiali?
La fine della Deutsche Bank come motore sano dell’economia industriale tedesca risale all’epoca del crollo dell’Urss, quando l’attenzione della finanza angloamericana si concentra sull’Europa. E avviene a seguito di misteriosi omicidi, scrive la giornalista della “Stampa”, ricordando che Alfred Herrhausen, presidente della banca e consigliere fidato del cancelliere Kohl – un uomo che aveva in mente uno sviluppo della mission tradizionale e stilò addirittura un progetto di rinascita delle industrie ex comuniste, in Germania, Polonia e Russia, andandone persino parlarne a Wall Street – venne «improvvisamente freddato fuori dalla sua villa», a fine 1989. Si disse dalla Raf, o dalla Stasi, o da altri ancora. Stessa sorte toccò al suo successore, altro Alfred Herrhauseneconomista che si era opposto alla svendita delle imprese ex comuniste elaborando piani industriali alternativi alla privatizzazione. Fu ucciso nel 1991 da un tiratore scelto.
Dopo di lui, alla sede londinese di Deutsche Bank arriva uno squadrone di ex banchieri della Merrill Lynch, compreso il capo, che diventa presidente, riorganizzando tutto in senso “moderno”. Anche lui però muore, a soli 47 anni, «in uno strano incidente del suo aereo privato». Va meglio al suo giovane braccio destro, Anshu Jain, un indiano con passaporto britannico, cresciuto professionalmente a New York, tutt’oggi presidente della banca diventata prima al mondo per quantità di derivati, spodestando Jp Morgan: la Deutsche Bank infatti è considerata fuori dalle righe “la banca più fallita del mondo”, «esposta per 55.000 miliardi, cioè 20 volte il Pil tedesco», a fronte di depositi per appena 522 miliardi. «Quanto è pericoloso il potere di mercato delle maggiori banche di investimento?». Se lo chiedeva due anni fa lo “Spiegel”, riportando un durissimo scontro fra Deutsche Bank e il ministro tedesco dell’economia, il super-massone Wolfgang Schaeuble.
Scriveva il settimanale: «Un pugno di società finanziarie domina il trading di valute, risorse naturali, prodotti a interesse. Migliaiaia di investitori comprano, vendono, scommettono. Ma le transazioni sono in mano a un club di istituti globali come Deutsche Bank, Jp Morgan, Goldman Sachs. Quattro banche maneggiano la metà delle transazioni di valuta: Deutsche Bank, Citigroup, Barclays e Ubs». Un’altra ragione che dovrebbe farci prestare attenzione alla “Roccia Nera”, aggiunge “Limes”, è che ha messo radici in molte realtà imprenditoriali nel nostro paese. Per “L’Espresso”, addirittura, «si sta comprando l’Italia». Se un altro colosso americano, State Street Corporations, ha acquistato la divisione “securities” di Deutsche Bank e nel 2010 ha comprato l’attività di “banca depositaria” di Intesa SanPaolo (custodia globale, controllo di regolarità delle operazioni, calcoli,Maria Grazia Bruzzoneamministrazione delle quote, servizi ausiliari, gestione dei cambi e prestito di titoli), è proprio BlackRock a far la parte del leone.
A fine 2011, il super-fondo americano aveva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di Unicredit, il 3,5% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat e Telecom Italia, il 2,5% di Eni e Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia (che controlla Autostrade) e Terna, il 2% della Banca Popolare di Milano, Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi. E oggi Molte di queste quote sono cresciute e BlackRock è ormai il primo azionista di Unicredit (col 5,2%) e il secondo azionista di Intesa SanPaolo (5%). Stessa quota in Atlantia, mentre avrebbe ill 9,4% di Telecom. «Presidi strategici, che permetteranno a BlackRock di posizionarsi al meglio in vista delle privatizzazioni prossime venture invocate da molti “per far scendere il debito”», scrive “Limes”. E’ la nuova ondata in arrivo, dopo quella del 1992-93 a prezzi di saldo. «La crisi dei Piigs a che altro serve, se no?».
Chi è BlackRock? Il web rivela, più che altro, un labirinto. Secondo “Yahoo Finanza”, il maggiore azionista (21,7%) sarebbe Pnc, antica banca di Pittsburgh, quinta per dimensioni negli Usa ma poco nota. Azionisti numero uno e due sarebbero Norges Bank, cioè la banca centrale di Norvegia, e Wellington Management Co., altro fondo di investimenti, di Boston, con 2.100 investitori istituzionali in 50 paesi e asset per 869 miliardi di dollari. Poi ci sono State Street Corporation, Fmr-Fidelity e Vanguard Group, che a loro volta sono gli unici investitori istituzionali di Pnc. Sempre loro, i “magnifici quattro”, si ritrovano con varie quote fra gli azionisti delle principali megabanche: non solo Jp Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo, ma anche le banche d’affari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of Ny Mellon. A ricorrere nell’azionariato di questi istituti ci sono anche altre società e banche, ma i “magnifici quattro” non mancano mai.
Oltre ai soliti BlackRock, Vanguard, in Barclays – megabanca britannica che risale al 1690 – è presente anche Qatar Holding, sussidiaria del fondo sovrano del Golfo, specializzata in investimenti strategici. La stessa holding qatariota è anche maggior azionista di Credit Suisse, seguita dall’Olayan Group dell’Arabia Saudita, che ha partecipazioni in svariate società di ogni genere, mentre nell’altra megabanca elvetica, Ubs, si ritrovano BlackRock, una sussidiaria di Jp Morgan, una banca di Singapore e la solita Banca di Norvegia. Barclays Investment Group compariva tra i grandi azionisti di BlackRock, e viceversa, ma prima della crisi del 2008: dopo, non più – almeno in apparenza. Su “Global Research”, Matthias Chang mostra come nel 2006 “octopus” Barclays fosse davvero una piovra con tentacoli ovunque: Bank of America, Wells Fargo, Wachovia, Jp Tim GeithnerMorgan, Bank of New York Mellon, Goldman Sachs, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Lehman Brothers e Bear Sterns, senza contare un lungo elenco di multinazionali di ogni genere, americane ed europee, comprese le miniere, senza dimenticare i grandi contractor della difesa.
Dopo la crisi, che ha rimescolato le carte dell’élite finanziaria, il paesaggio cambia: Barclays Global Investors viene comprata nel 2009 da BlackRock. Il maxi-fondo, che nel  2006 aveva raggiunto il trilione di dollari in asset, dal 2010 al 2014 cresce ancora (fino ai 4.600 miliardi di dollari) insieme a Vanguard, presente in Deutsche Bank. Seguite i soldi, raccomanda il detective. Chi c’è dietro? «Attraverso il crescente indebitamento degli Stati – scrive la Bruzzone – megabanche e superfondi collegati, già azionisti di multinazionali, stanno entrando nel capitale di controllo di un numero crescente di banche, imprese strategiche, porti, aeroporti, centrali e reti energetiche. Solo per bilanciare l’espansione dei cinesi?». E’ un processo che va avanti da anni, «accelerato molto dalla “crisi” del 2007-8 e dalle politiche controproducenti come l’austerità, che sempre più si rivela una scelta politica». Tutto ciò è «evidentissimo nei paesi del Sud Europa, Grecia in testa, ma presente anche altrove e negli stessi Stati Uniti». Lo dicono blogger come Matt Taibbi ed economisti come Michael Hudson. Titolo del film: più che Germania contro Grecia, è la guerra delle banche verso il lavoro. Guerra che continua, dopo Thatcher e Reagan, nel mondo definitivamente globalizzato dai signori della finanza.

Banca d'Italia a Renzi: il tesoretto è mio

Parlare di "tesoretto" in un Paese in cui la tesoreria di Stato è gestita dalla Banca d'Italia (socia di chi detiene il Copyright sull'Euro) è da stolti o da ipocriti. Infatti la Banca d'Italia ha subito suonato la sirena "antifurto" dicendo al governo che quel "tesoretto" serve per ripagare quota del debito, quindi lo deve restituire in quanto non sono
soldi 
dello Stato ma i proventi del prelievo fiscale.
Possiamo comprendere la stupidità e/o l'ignoranza di un primo ministro giovane ma non crediamo in quella di un tecnico come Padoan, che fa parte del sistema bancario. In sintesi, con le entrate fiscali bisogna pagarci la spesa pubblica e con quel che resta, il cosiddetto avanzo primario, bisogna pagarci gli interessi sul debito. Questo vuol dire che pur abbassando la spesa pubblica il maggior avanzo primario non ricadrà nelle tasche dei cittadini ma andrà alle banche per il pagamento del debito. Quando alcuni movimenti politici gridano alla riduzione della spesa pubblica pensando che essa liberi liquidità monetaria per il sociale non considerano che le politiche sociali sono già incluse nella spesa pubblica e che riducendola si riduce anche la capacità di intervento nel sociale. Se poi si pensa che eliminare i vitalizi e gli alti stipendi dei burocrati e dei politici possa dare liquidità alla politica sociale rimanendo, sempre all'interno della spesa pubblica, è senz'altro un pensiero di equità sociale che purtroppo lede i Diritti acquisiti, come sancito dalla Corte Costituzionale, e non risolve il problema principale che è il debito per avere moneta in prestito proprio per svolgere le funzioni sociali di uno Stato. Qui bisogna pretendere il Diritto di Proprietà della Moneta altrimenti è tutto un inutile ciurlare nel manico. Quando il popolo sarà consapevole, farà strada in tal senso e le classi politiche non potranno fare altro che assoggettarsi alla volontà del popolo per restare in vita. Nostro dovere è diffondere tale cultura e formare coloro che auspicano ad avere ruoli di decisione politica in tal senso altrimenti è inutile qualsiasi richiesta di voto elettorale perchè non potranno mai cambiare lo stato di cose, non potranno mai cambiare le leggi che assegnano l'emissione e la gestione della moneta ad un manipolo di speculatori che hanno come scopo il profitto piuttosto che la vita umana.

Altro che antitrust, la Ue pensa a un'Autorità per gestire i giganti web


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Altro che antitrust, la Ue pensa a un'Autorità per gestire i giganti web
L'Unione europea sta valutando la creazione di un nuovo e potente ente regolatore incaricato di monitorare le piattaforme Internet, prevalentemente statunitensi. Questa la notizia che trapela da un documento riservato che mette a nudo le profonde preoccupazioni che circolano nei principali circoli politici europei intorno alla minaccia rappresentata da aziende come Google e Facebook.
Tale mossa costituirebbe la minaccia di gran lunga principale per le web company statunitensi operanti in Europa, molti dei quali stanno già affrontando indagini e azioni legali su questioni che vanno dalla concorrenza sleale all’evasione fiscale.
Il documento, redatto in febbraio da alti funzionari del Commissario europeo all’agenda digitale, Günther Oettinger, visto da The Wall Street Journal, ha davanti a sé una lunga strada prima di diventare una norma vera e propria. L'analisi dovrebbe infatti essere prima convertita in una proposta della Commissione Europea, poi approvata dai governi nazionali e dal Parlamento europeo.
Il documento offre però un modello a lungo termine per la regolamentazione del settore digitale in Europa che va ben al di là di un piano generale, che dovrebbe essere annunciato il mese prossimo, che prevede solo una un'indagine completa del ruolo delle piattaforme Internet.
Il documento febbraio ammonisce che alcune piattaforme, come i motori di ricerca, le piattaforme di e-commerce e i social network, "si stanno trasformando in super-nodi che possono essere di importanza sistemica per il resto dell'economia. Solo una parte molto limitata dell’economia non dipenderà da loro in un prossimo futuro". Il documento elenca 32 esempi di tali piattaforme, 27 delle quali sono statunitensi, e una sola con sede in Europa, il servizio di musica in streaming Spotify.
Il documento avverte che la mancanza di trasparenza intorno il funzionamento di queste piattaforme consente loro "di sfruttare posizioni asimmetriche sul mercato a scapito di altri operatori del mercato e dei consumatori," mettendo potenzialmente "tutta l'economia europea a rischio. Le prove degli effetti negativi [di queste piattaforme] nelle relazioni e negli affari, in particolare per le PMI, sono sempre più evidenti".
La risposta, secondo il documenti, è un nuovo "quadro di vigilanza" che disciplini le relazioni tra piattaforme Internet e le altre imprese. Questo potrebbe includere il divieto di pratiche "sleali" come clausole di parità di prezzo - accordi che impediscono a un venditore che utilizza una piattaforma di offrire altrove un prezzo migliore - e l'obbligo per gli operatori delle piattaforme di non discriminare tra i propri servizi e quelli di terzi.
Incaricato di presiedere alle nuove regole sarebbe un "ente a livello UE" centrale, con il potere di chiedere informazioni agli operatori delle piattaforme riguardo il modo in cui raccolgono i dati e il loro utilizzo, e di intervenire nelle controversie tra gli operatori e le imprese.
Il documento individua nelle piattaforme statunitensi le maggiori criticità, lamentando che concentrano per sé la maggior parte dei ricavi generati dall’economia digitale senza prove "della creazione di posti di lavoro da parte delle piattaforme stesse."
"Mentre gli sviluppatori di app UE generano il 42% del fatturato globale delle app, la bilancia commerciale UE generale del relativo giro d’affari è negativo (per 128 milioni di euro, o 138 milioni dollari), principalmente a causa delle commissioni che gli sviluppatori europei pagano sui ricavi ai proprietari delle piattaforme statunitensi ", evidenzia il documento.
Imprese come Amazon, Booking, Etsy, Google e TripAdvisor, sono oggetto di critiche particolarmente dure. "Amazon e Etsy si riservano il diritto di escludere qualsiasi azienda, senza preavviso, in caso di sospetto (non è necessaria alcuna prova concreta) che i termini e le condizioni della piattaforma non siano soddisfatti", sostiene il documento, "e contestare queste decisioni è lungo e oneroso."
Come sostiene il documento, piattaforme come TripAdvisor e booking.com "sono diventati il" punto di ingresso principale "ai loro mercati e sono quindi" in grado di caricare commissioni con grande discrezionalità. "Queste spese elevate" possono diventare un ostacolo per l'accesso di nuove imprese gli utenti".
Si lamenta anche una «mancanza di trasparenza dei prezzi, con riferimento in particolare al sistema di aste di Google per le parole chiave legate agli annunci pubblicitari".
Il documento cita il caso di concorrenza nei confronti di Google, contro la quale la Commissione ha iniziato un procedimento antitrust la scorsa settimana, ma dice che l'applicazione del diritto antitrust non è la risposta al problema in quanto è "lungo e costoso" e non riflette le dinamiche dell’economia Internet.
A una domanda circa il documento, Oettinger ha detto attraverso un portavoce di aver chiesto al suo dipartimento di prepararlo "per esaminare le diverse possibilità." Ha detto inoltre che nessuna decisione è stata ancora presa, e che qualsiasi decisione sarebbe realizzata di concerto con i governi nazionali e le autorità di regolamentazione. Amazon, Booking, Etsy, Facebook, Google e TripAdvisor non hanno risposto alle richieste di commento.
I governi europei guardano sempre all'UE per affrontare questi problemi. Si avverte che la mancanza di azione "può portare a un punto di non ritorno per l'organizzazione dei mercati e l'intero ecosistema di vita digitale".
Il documento UE suggerisce anche il principio di "richiedere alle aziende online di rendere i sistemi, le tecnologie e i servizi interoperabili sulla base di standard comuni, consentendo ai clienti di passare a un altro fornitore di servizi senza ulteriori restrizioni tecniche o amministrative".

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