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Il Blog di Nicoletta Forcheri "Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia. Il resto è propaganda"
Horacio Verbitzky

mercoledì 29 ottobre 2014

Dacci oggi il nostro rating quotidiano e non rimettere il a loro spread

quotidiano e non rimettere il  loro spread…
La saggezza di Cristo contro l'usura che uccide e la scoperta
rivoluzionaria di Giacinto Auriti che, sulla scia del Vangelo,
è destinata a trasformare la faccia oscura del mondo

di Nicola Arena
Premessa di Sergio Basile
rating e spread
 Dacci oggi il nostro rating quotidiano e non rimettere il loro spread …  
Italia -  Ore 8:20 – bollettino (di guerrra) quotidiano – Mercoledì, 20 Ottobre 2014: Debito pubblico nazionale a quota 2185 mld di euro circa… L'ultimo euro nel maialino di terracotta fa suonare l'allarme rosso… altri maialini dovranno essere distrutti e rivoltati come calzini, nel Paese dell'usura. Ma gli "allevamenti di maialini" da queste parti sono falliti tutti! Nelle ultime ore (fonte ANSA) dopo aver controllato le previsioni del tempo abbiamo appreso le altre nuove "previsioni" quotidiane, quelle ritualistiche dei debiti e delle tasse che verranno, sempre più copiose, a minacciare i cieli della nostra esistenza"lo spread tra Btp e Bund – apprendiamo - chiude in lieve calo a 165,6 punti, con un rendimento  del decennale italiano al 2,53%. Resta sui massimi lo spread Italia-Spagna,  poco sotto i 40 punti base".  Così recita beffardo il comunicato dell'Agenzia Nazionale della Stampa Associata. Qualcosa non torna! Se ne percepisce il non senso nell'aria gelida e penetrante del mattino,  che già annuncia l'arrivo di un inverno polare, fatto di nuovi debiti e nuove tasse che, impietose come flagelli dal cielo, si abbatteranno sulle famiglie e sulle imprese italiane,  sotto gli occhi divertiti degli uomini di potere che ancora, malgrado tutto,  si guardano bene dal rivelare la verità… Qualcuno ci ha dichiarato guerra e ci vuole morti! La sua preghiera suona distorta alle orecchie del povero e dell'indigente che vive ormai di fotogrammi, sognando lo splendore di un giardino impietosamente ridotto ad un orrido deserto… La sua eco risuona beffarda in ogni dove come un diabolico mantra: "dacci oggi il nostro rating quotidiano… e non rimettere il loro spread"…. "dacci oggi il nostro rating quotidiano… e non rimettere il loro spread"…. "dacci oggi il nostro rating quotidiano… e non rimettere il loro spread"…. "dacci oggi il nostro rating quotidiano… e non rimettere il loro spread"…. E' la preghiera dell'usuraio!
Sergio Basile – SdG

di Nicola Arena – SdG
rating e spread
 Non ti comporterai con lui da usuraio…                                                            
Roma – di Nicola Arena, SdG Anguillara Sabbazia - Dal libro dell’Esodo leggiamo le parole pronunciate da Dio e rivolte al popolo di Israele: "Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio, voi non dovete imporgli alcun interesse". E’ il non imporre interessi sul prestito, una regola che non poteva essere accettata dai grandi Usurai, che, da allora, vivono e caricano sulle spalle dei popoli carichi enormi di debito, non dovuto, utilizzando i mezzi e gli strumenti più fantasiosi. Il mondo aveva preso una brutta piega e il popolo d’Israele era guidato da “dottori della legge” assolutamente ossequiosi nell’osservare “sulla carta” le regole dettate verbalmente da Dio, ma nei fatti assolutamente contrari ad esse. Era necessario quindi che Dio si facesse uomo e vivesse i luoghi della disobbedienza morale, insegnando in prima persona quali fossero le regole da seguire per la salvezza dell’anima.
 La venuta di Cristo                                                                                                     
La venuta di Gesù, per questa ragione ha segnato una svolta epocale sotto tutti i punti di vista, non a caso Dio scelse di far nascere il suo prediletto figlio proprio all’interno del popolo ebraico: per questo e solo per questo – ribadiamo - considerato "il popolo eletto", poiché da esso fu generato il Messia atteso da tutt i profeti fin dagli albori della storia. Questa verità storica ci dice essenzialmente una cosa: la guerra degli usurai contro i popoli è di fatto una guerra tra bene e male, che non può essere compresa a fondo se non in una dimensione spirituale che aliena dalla mera economia. Allora urge conoscere la storia e soffermarsi su questi aspetti.
rating e spread
 Il secondo è simile al primo…                                                                                
Per comprendere un aspetto fondamentale interpretativo del reale motivo che separa il vecchio testamento dal nuovo, occorre comprendere per bene le parole di Gesù. Qualora un "avvocato" di allora gli avesse chiesto quale fosse stato il comandamento più grande, Gesù avrebbe potuto scegliere uno dei numerosi comandamenti dell’Antico Testamento, della legge di Mosè o dei Dieci Comandamenti, al fine di togliere ogni curiosità al suo interlocutore e liquidarlo a buon mercato… Invece, Egli riassunse tutti i comandamenti in questi due: “Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la mente tua”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile ad esso, è: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 22:37–39).
 La vera libertà                                                                                                              
Infatti, è solo con l’amore incondizionato verso se stessi ed il prossimo che si può esserericchi interiormente e realizzare, nella nostra vita terrena, il sogno della vera libertà.L’autentica libertà è quella della mancanza del debito. Non più, quindi, le parole: presta al prossimo, seppur senza interesse, ma rinnovate, a scanso di equivoci, con la nuova versione “dai al prossimo ciò che è suo di diritto”.
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 La scoperta destinata a cambiare il mondo, per sempre…                          
Con la scoperta del "Valore indotto della Moneta", il Professor Giacinto Auriti interpreta, con filosofia pratica, le parole di Gesù Cristo nel vangelo: Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Per seguire, perciò, alla lettera le parole di Gesù nel Vangelo, occorrerebbe ridare indietro alla BCE (Cesare) tutto l’euro di cui disponiamo (perché ricordiamo, tutta la moneta in circolazione è emessa a debito) e sostituirlo con la moneta di proprietà del portatore. Da quel momento i "Draghi" avrebbero la loro moneta… satanica (vedi qui Draghi, i draghi delle Banche Centrali e il ruolo della Chiesa di Cristo) e noi non dovremmo mai più accettare moneta a debito (all’atto dell’emissione). Perché, è stato detto e scritto più volte, per ribadire il concetto espresso dal Professor Auriti: LA PROPRIETA’  DELLA MONETA deve essere di chi ne crea il valore. Poiché il valore monetario nasce per convenzione fra tutti i cittadini, cioè semplicemente mettendosi d’accordo (vedi qui ), è chiaro che il valore CONVENZIONALMENTE creato deve appartenere a chi partecipa a quella convenzione, ossia ai cittadini. La proprietà popolare della moneta, stravolgendo gli equilibri acquisiti nei secoli con l’inganno, rivoluzionerà il modo di concepire la vita, in relazione con l’Altissimo e con tutto l’universo creato, ritrovanso un idilliaco equilibrio con il Creato, il Creatore e tutta la Creazione.
 Moneta-Credito di proprietà – Unica via per la "Certezza del Diritto"     
Solo quando l’uomo avrà la proprietà del suo denaro (inteso come monetizzazione del proprio valore umano e quindi al servizio dell’uomo), potrà finalmente avere la certezza del riconoscimento dei propri diritti. Quando viene tolta alla persona umana la possibilità di crearsi un simbolo, sul qualeimprimere convenzionalmente il proprio valore (vedi qui Il Potere ce l’abbiamo noi… Se solo lo capissimo), l’uomo non potrà mai disporre di alcun bene, che esso stesso crea. Se si aggiunge che quel valore gli viene dapprima tolto e poi addebitato ingiustamente, si comprende la ferocia assassina di chi svuota le persone della propria esistenza e le rende schiave. Questo punto essenziale deve penetrare nelle menti di chi occupa ruoli importanti nella vita pubblica, perché è solo comprendendo questo fondamentale aspetto, che si possono concepire idee atte allo sviluppo ed al miglioramento delle condizioni di vita e al riconoscimento dei propri diritti, per una vita finalmente libera dall’inganno e in armonia con il prossimo e con Dio.
Nicola Arena - SdG Anguillara Sabazia (Copyright © 2014 Qui Europa)
Premessa ed introduzione di Sergio Basile – SdG

Rendita monetaria e democrazia: Marco della Luna: il quadro dell’idiozia totale è perfetto

Posted on 24/10/2014 by admin
CREAZIONE MONETARIA FUNZIONALE E INFLAZIONE
Una serenata a Leopolda
Sempre più spesso si parla della possibilità od opportunità di una monetazione funzionale, ossia che lo Stato si metta a creare direttamente, o a far creare dalla banca centrale di emissione (assumendone il governo) tutto il denaro necessario a fare gli investimenti pubblici diretti che producano/inducano occupazione, domanda interna, adeguamento infrastrutturale, innovazione scientifico-tecnologica, assicurando al contempo l’impossibilità del default – cioè per fare quelle cose che appaiono indispensabili per uscire dall’attuale recessione-deflazione, dopo il fallimento ormai visibile delle ricette dell’austerità e del quantitative easing, difese oramai soltanto da soggetti in mala fede e per interesse.
Quando si parla di questa possibilità od opportunità di ricorrere all’uso funzionale della creazione monetaria, vengono sollevate obiezioni aventi il seguente concetto-base: “Non si può immettere moneta a piacimento nell’economia, perché ci deve essere un rapporto tra quantità di moneta e quantità di beni, altrimenti la moneta si svaluta e/o si generano bolle speculative mobiliari e/o immobiliari, e si è visto che ciò effettivamente accade.”
Alcune repliche sono ovvie e le ho già più volte formulate: 1)Se la moneta aggiuntiva viene usata per aumentare la produzione, quindi l’offerta, di beni e servizi, allora non vi sarà, di principio, inflazione monetaria, ossia aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi, mentre vi sarà un aumento della ricchezza prodotta e del reddito oltreché dell’occupazione; certo bisogna spenderla bene, e una classe dirigente avida e idiota, come tale selezionata, non lo può fare. 2)Se la moneta aggiuntiva viene usata per comperare titoli finanziari e immobili, allora vi sarà una salita dei valori delle borse e degli immobili, e questo fa piacere a tutti gli investitori mobiliari e immobiliari. 3)Se anche, come conseguenza dell’immissione monetaria, vi fosse, magari solo inizialmente, una certa inflazione, questa aiuterebbe i debitori (cioè gli Stati, molte imprese, molti privati…) e danneggerebbe i creditori non indicizzati all’inflazione, mentre stimolerebbe le spese  che oggi vengono differite perché si prevede un calo o una costanza dei prezzi, il che alimenta la deflazione; quindi complessivamente, dopo la presente deflazione, una certa inflazione o reflazione sarebbe benefica.
Qui vorrei aggiungere, circa il rapporto tra offerta di moneta e quantità di beni disponibili: Bisogna distinguere tra generi di beni, tra due settori dell’economia. Il grosso dell’offerta monetaria è assorbito, oggi, dal settore finanziario-speculativo, ossia da “prodotti” finanziari non aventi correlato reale (cioè senza rapporto con la fruizione da parte degli umani) e producibili a go go, senza limiti o costi effettivi, se non il limite posto dalla saturazione del mercato, cioè dalla abilità di collocarli, di rifilarli o sbolognarli ai clienti ingenui allorquando si presente che una bolla sta per scoppiare. Se questo settore dell’economia col suo genere di “beni” assorbe, come assorbe, il grosso dell’offerta monetaria, lasciando a secco della fisiologica liquidità il mercato dei beni-servizi reali e degli investimenti per produrli, si ottiene la paradossale situazione che noi oggi viviamo, connotata, da un lato, da un’esorbitante creazione-offerta di moneta, che le banche centrali creano e mettono a disposizione, in quantità enormi, non dell’economia reale ma delle banche universali per le loro speculazioni finanziarie, improduttive anzi distruttive; e, dall’altro lato, da una carestia di moneta nell’economia reale, cui le medesime banche (in Italia) fanno sempre meno credito, con conseguente declino-insufficienza di domanda solvibile e di possibilità di investimento e occupazione – onde la deflazione.
In altre parole: l’offerta di moneta non si può dire che sia eccessiva o insufficiente, perché essa è eccessiva per il settore finanziario, a cui viene continuamente alimentata; mentre è gravemente insufficiente per quello reale, a cui viene continuamente ridotta. Quindi quando si parla di rapporto tra offerta monetaria (liquidità disponibile) e quantità di beni disponibili, bisogna introdurre la predetta distinzione dei due settori. E bisognerebbe al contempo introdurre il tema dell’opportunità non solo di separare le banche di credito e risparmio da quelle speculative, bensì anche di fare in modo che la liquidità del settore produttivo, dell’economia reale (quello da cui dipendono gli stipendi, il cibo, i servizi etc.), sia assicurata e protetta dalle interferenze e distrazioni del settore finanziario, molto più grosso e turbolento.
L’anemizzazione monetaria dell’economia reale, soprattutto in Italia, è oggi aggravata da ulteriori fattori strutturali, quali a)le rimesse verso l’estero degli emigrati; b)la preferenza dei detentori di liquidità per la tesaurizzazione e gli investimenti monetari o finanziari magari all’estero; c)i trasferimenti al finanziamento del Meccanismo Europeo di Stabilità di denaro tolto al Paese mediante le tasse; d)la realizzazione forzata di avanzi primari del bilancio pubblico e il pagamento di alti interessi a detentori esteri di titoli del debito pubblico.
In una situazione di recessione interna e fuga verso l’estero di imprenditori, lavoratori qualificati e capitali, che cosa potrebbe essere più demenziale che imporre tasse al Paese per sostenere il debito pubblico di paesi in crisi (Spagna, Grecia…) al fine puntellare una valuta, l’Euro, che ostacola le esportazioni e induce la deindustrializzazione del Paese? Eppure gli italiani hanno dato fiducia persino a chi ha fatto questo.
Si aggiunga, infine, a questo museo degli orrori dell’imbecillità politica, o dell’alto tradimento istituzionale – se preferite – il fatto che la deprivazione-anemizzazione monetaria del paese, di cui sopra, fa sì che gli assets produttivi migliori – industria, commercio, finanza, alberghi, terreni agricoli pregiati – si deprezzino e vengano massicciamente comperati da soggetti-capitali finanziari stranieri, e che quindi il reddito generato da questi assets esca dal reddito nazionale italiano divenendo reddito dei paesi che li comperano. Quindi magari il prodotto interno lordo, per effetto di questa campagna di acquisti (investimenti esteri), non cambia oppure aumenta, ma il reddito nazionale cala sensibilmente, cioè la nazione si impoverisce, anche se dal pil ciò non appare. Dal che si capisce che il pil è un indicatore molto parziale, quindi inidoneo per valutare l’andamento dell’economia.
Se pensiamo che la anemia, la auto-privazione monetaria che produce tutti questi mali, è semplicemente la auto-privazione di qualcosa, della moneta cioè, che è solo un simbolo e non ha costi o limiti di produzione intrinseci, e che i paesi stranieri che comperano i nostri assets migliori lo possono  fare appunto perché fanno la scelta opposta all’auto-privazione monetaria, ossia perché scelgono di produrre a costo zero grandi masse di moneta-simbolo, allora il quadro dell’idiozia totale è perfetto. Non resta che ringraziare i nostri governanti nazionali ed europei e le nostre banche centrali, e lusingarci per tutti i consensi, i voti, le tasse e gli onori, che continuiamo tributare loro. 24.10.14
24.10.14 Marco Della Luna

Enrico Matei: singolarità o esempio attuale?, Antonino Galloni

di Antonino Galloni - 28/10/2014

Fonte: Conflitti e strategie 


In calce la relazione tenuta da Antonino Galloni in un convegno organizzato il 18/19 ottobre dall’Istituto Schiller a Francoforte



Al momento dell’entrata in vigore della Costituzione del 1948, quindi a distanza di qualche anno dalla fine del secondo conflitto mondiale, la produzione industriale ed agricola dell’Italia non raggiungeva i livelli di dieci anni prima. Problema cruciale riguardava le fonti energetiche dopo che il fascismo aveva contenuto il problema con un sistema idroelettrico d’avanguardia, ma che mostrava – strategicamente parlando – notevoli limitazioni. D’altra parte, la fase del petrolio era iniziata da prima della guerra e, anzi, i Paesi non produttori di idrocarburi l’avevano persa anche per questo (come molti studiosi di quel conflitto hanno dimostrato); era anche iniziata la sfida atomica che, dopo esser risultata anch’essa determinante ai fini bellici, cominciava a promettere un’utilizzazione industriale e civile di grande interesse: non fu un caso, infatti, se gli accordi di Bretton Woods del 1944 precedettero la conferenza di Yalta (un anno prima di Hiroshima e Nagasaki, infatti, si sapeva già con certezza chi avrebbe vinto, possedendo, appunto, l’arma atomica).
Il fascismo, peraltro, aveva affrontato e, per certi versi, risolto i problemi della crisi finanziaria ed economica degli anni Trenta con un intervento pubblico d’avanguardia che spaziava dal credito (la legge di separazione bancaria – in USA fu la Glass Steagall – del 1936), alle infrastrutture (ponti, strade, ferrovie), alle industrie (l’IRI ed altre partecipate, gestite con logiche prettamente economiche, ma di proprietà dello Stato), all’agricoltura (le bonifiche e non solo), alla produzione di elettricità, come si è già accennato. Lo stesso fascismo aveva costituito l’AGIP, ma con scarse fortune e l’ex partigiano Mattei (a cui, peraltro, si rinfacciava anche una pregressa tessera del Littorio) fu incaricato, dopo il 1945, di liquidarla; incarico che svolse malissimo – secondo i politici di sinistra del tempo (che vedevano nell’AGIP un comico carrozzone autarchico e quelli di destra quando si accorsero dell’impostazione antiamericana del marchigiano – perché Mattei prima traccheggiò, poi delineò una strategia di allargamento della missione dell’Ente, infine riuscì ad impedire che il Parlamento italiano varasse una legge che consentiva agli USA di detenere una sorta di monopolio in materia.
Figuriamoci, dunque, l’entusiasmo che poté suscitare la scoperta di idrocarburi nella pianura padana e dintorni e la possibilità di rivisitare una piccola partecipata pubblica per farne, già sul finire degli anni ’40, qualcosa che potesse aiutare l’Italia ad uscire da una millenaria insufficienza energetica.
Mattei, dunque, si mise a capo di ciò, incontrando non poche resistenze, vinte grazie ai suoi appoggi politici, in parte democristiani, ma anche di altri partiti di sinistra (sfruttando l’aspetto antimperialistico della sua intrapresa), lui che poteva vantare un trascorso da partigiano di tutto rispetto.
Ma il progetto di Mattei fu ben più articolato ed ambizioso: partendo dall’occasione di un fatto che, tutto sommato, sarebbe stato marginale (il ben poco petrolio e gas della pianura padana e del mare adriatico) e, grazie ad uno spregiudicato utilizzo degli appoggi politici e delle influenti amicizie internazionali (soprattutto Unione Sovietica e Paesi Arabi), riuscì ad assicurare all’Italia un flusso di gas e di idrocarburi senza il quale nessun miracolo economico sarebbe stato possibile; Enrico Mattei cominciò con accordi in sordina presso lo Scià di Persia (dopo il fatale errore USA di eliminare l’intraprendente Mossadeq), ma è noto nel mondo per i rivoluzionari accordi con i Paesi Arabi (apprezzati dai Russi che vi vedevano una maggiore giustizia sociale e, soprattutto, un indebolimento degli interessi e dell’influenza angloamericana nell’area) e che prevedevano un’equa spartizione dei guadagni tra produttori e compratori. Fino a Mattei, infatti, i compratori erano più che altro le compagnie petrolifere occidentali – sinistramente note come le “7 sorelle” – che pagavano il greggio una miseria; Mattei offrì il 75% dei profitti in cambio delle licenze di estrazione, consentendo agli Arabi di guadagnare molto di più, di contenere i prezzi degli idrocarburi in Italia, di spiazzare l’agguerrita concorrenza americana, inglese, olandese ed anche francese. In effetti, si può dire – da una parte – che Mattei gettasse con dieci anni di anticipo le basi dell’OPEC e, tuttavia, l’operazione più molesta (secondo gli osservatori filocolonialisti) fu proprio quella in Algeria dove si rifiutò di sottoscrivere un allettante contratto con le 7 Sorelle schierandosi apertamente per il futuro Stato indipendente. In questo modo costrinse le 7 Sorelle o ad appoggiare la Francia andando da sole o a schierarsi con gli indipendentisti!
Fu minacciato dai servizi della legione straniera francese e di lì a poco il suo aereo venne sabotato, in Sicilia, da mafiosi amici degli amici d’oltre confine.
La sua morte, avvenuta in modo non molto misterioso nel 1962, fu subito ricondotta a tali circostanze (non meno promettente, peraltro, si rivelò la “pista interna”, riguardante il suo braccio destro Eugenio Cefis che lo stesso Mattei scoprì e denunciò quale collaboratore della CIA); e le prove dell’attentato al suo aereo tramite una bomba al tritolo, collegata all’accensione delle luci o all’attivazione del carrello di atterraggio, furono acclarate dalla magistratura…43 anni dopo!
Ma sarebbe riduttivo ricordare unicamente la sua grande figura per le circostanze sin qui descritte: Mattei fu e fece molto di più.
Non è difficile argomentare che l’ottenimento delle licenze richiedeva, a monte, la capacità di estrarre – in modo competitivo rispetto alle stesse 7 sorelle – il petrolio da giacimenti sempre più profondi; e, a valle, di disporre di impianti di raffinazione adeguati, per non parlare delle problematiche connesse al trasporto ed alla distribuzione.
Tutta la strategia di Mattei era basata sulle concessioni estrattive; ma Mattei volle un’ampia integrazione verticale di tutta la macchina che andava dalla ricerca di giacimenti fino alle pompe di benzina e oltre; così nacquero società di impiantistica ed un’industria petrolchimica che furono tra le migliori del mondo se non le migliori.
Grazie all’aumento delle economie di scala proprie delle industrie italiane – oramai lanciate nel contesto internazionale – Mattei siglò accordi con la Russia, con la Cina e con altri importanti Paesi di quasi tutti i continenti per la costruzione di importanti infrastrutture; ma ciò portava con sé la formazione, la cultura, l’ampliamento degli scambi internazionali.
Alla morte di Mattei e nel ventennio successivo, l’ENI non mancò di crescere per divenire uno dei più grandi, se non il più grande, colosso mondiale (se si considerano le complementarietà con gli altri enti italiani a partecipazione statale, in primis l’IRI) dell’energia, della petrolchimica e delle infrastrutture.
Il successo di Mattei e dell’ENI fu reso possibile da una cultura capitalistica che vedeva nella crescita delle vendite il suo principale riferimento: la massimizzazione del profitto non si riferiva alla sua incidenza sul capitale o investimento, ma alla massima crescita di quest’ultimo a condizioni del mercato, vale a dire di espansione sostenuta dalla domanda (pubblica o privata che fosse). Fiore all’occhiello di questa impostazione fu il salvataggio di un’industria meccanica fiorentina – il Pignone – fortemente caldeggiata dall’allora sindaco di Firenze, Giorgio La Pira (quello un santo), salvataggio che si rivelò un successo industriale, consentendo il lancio di un’azienda leader a livello mondiale nel comparto delle turbine (per la cronaca, l’azienda fu poi svenduta, alla fine degli anni ’90, dai governi con partecipazione comunista – si fa per dire – alla General Electric che provvide a indebolirla ed a farla a pezzi).
Quella di Mattei (considerato un grande peccatore ed un grande corruttore, infatti soleva giustificarsi quando gli si obiettava che destinava fondi neri un po’ a tutti i partiti che questi ultimi venivano utilizzati “come taxi, salgo, li utilizzo, pago, scendo”) e di La Pira (il santo, un vero santo) è una cultura che caratterizza tutta la storia dell’economia dagli accordi di Bretton Woods fino alle svolte reazionarie alla fine degli anni ’70. Queste ultime, infatti, hanno posto ad obiettivo cruciale delle attività produttive la massimizzazione del rendimento dell’investimento o saggio di profitto: un indicatore di natura finanziaria, comune alle obbligazioni (imperanti, con alti tassi di interesse, durante gli anni ’80) ed alle azioni. Dopo la fine degli anni ’70, dunque, l’economia reale viene sacrificata – come è noto – sull’altare della finanza e delle sue irrealizzabili promesse che aprono al baratro degli impegni non sostenibili, dei debiti a go go e della bancarotta generale in un quadro di crescente disoccupazione e desolante regresso sociale.
Tutto il contrario avveniva ai tempi di Mattei ed anche per un quindicennio a seguire: l’espansione costituiva il fondamento dello sviluppo economico sia per quanto riguardava le imprese capitalistiche, sia per quanto riguardava gli investimenti pubblici. La formula italiana, peraltro, si era rivelata particolarmente efficiente soprattutto a proposito delle imprese – di cui l’ENI, assieme all’IRI, rappresentava il massimo – di proprietà dello Stato, ma gestite con criteri di economicità. In realtà, il tasso di rendimento, dell’ultimo investimento puntava a zero, ma siccome si massimizzavano l’occupazione ed il reddito totale, si minimizzavano le spese di assistenza ai disoccupati: non si dimentichi mai che il fenomeno migratorio degli Italiani all’estero si riduce con la crescita delle industrie a partecipazione statale.
La crescita degli investimenti fisici, a prescindere dal reddito da essi direttamente ed immediatamente generato, costituisce la chiave di volta dello sviluppo economico e sociale; esso, tuttavia, portava alla tendenza a ridursi del saggio del profitto con la duplice conseguenza di emarginare il ruolo della proprietà nell’azienda e nella società e di far crescere le aspettative democratiche della classe media e dei lavoratori.
Contro tale prospettiva, un quindicennio dopo la morte di Mattei, si scatenò la reazione antidemocratica dei ceti possidenti che, in nome del rendimento finanziario della proprietà, dei limiti nello sfruttamento delle risorse del pianeta, del contenimento delle tasse e della spesa pubblica, cominciarono ad ottenere un capovolgimento culturale e di prospettive economiche.
Mattei aveva intuito l’importanza dell’ambiente e del nucleare (non si dimentichi che l’Italia era all’avanguardia in quest’ultimo settore fino all’inizio degli anni ’60 ed aveva raggiunto la prima centrale che non utilizzava uranio arricchito o militare e, si osservava, anche questo aveva dato fastidio a livello internazionale: infatti dagli USA e dalla Francia provenivano veti e limitazioni di sovranità verso il Belpaese.
All’ENI ed all’IRI sapevano – contrariamente alle errate farneticazioni malthusiane del club di Roma e dintorni – che, al crescere dell’innovazione tecnologica, la quantità di agenti inquinanti e di risorse scarse o pregiate per unità di prodotto tendeva a ridursi. Viceversa, la artificiosa limitazione dello sviluppo (e, in seguito, le caratteristiche della globalizzazione non basata su innovazione e qualità, ma solo sul taglio selvaggio dei costi), contenendo l’avanzamento delle tecniche – che è un portato dello sviluppo e della esigenza di ridurre le risorse per unità di prodotto al crescere di esso – determina l’aumento di inquinamento e cattivo utilizzo delle risorse stesse proprio a causa dello scarso avanzamento dell’intensità energetica.
Nessuno può dire cosa avrebbe fatto Mattei in Italia e nel mondo dopo il 1962, ma certamente possiamo ipotizzare che, oggi, la sua massima attenzione sarebbe per i BRICS e che avrebbe appoggiato, in tutti i modi, le forze politiche che avessero aperto un dialogo ed una collaborazione con Russia, Cina e India finalizzato a definire un sistema mondiale idoneo a proseguire un percorso accettabile di civiltà e di benessere generalizzato; comunque, sappiamo che i suoi successori non fecero crescere la diversificazione produttiva dell’ENI neanche durante il ventennio compreso tra la fine violenta del grande imprenditore e l’inizio di una politica economica fortemente penalizzante per la sovranità del Paese.
Le stesse industrie a partecipazione statale – che tutto il mondo ci invidiava – venivano derise da giornalisti ed osservatori di scarso spessore che le additavano ad imprese inutili, in perdita e mera fonte di corruzione. La Storia ci ha spiegato quanto esse siano state fondamentali per l’eccezionale sviluppo del Paese tra la fine degli anni cinquanta ed i ’70; analisi di studiosi seri hanno indicato come le industrie a partecipazione statale facessero investimenti più elevati delle private, sicchè, sommando profitti ed ammortamenti, si ottenevano saggi di redditività lordi non diversi; la corruzione, invece, rappresentava un problema serio, ma la fine del modello a partecipazione statale e degli elevati investimenti pubblici ha provocato, in Italia, la fine dello sviluppo pur senza evidenziare alcuna riduzione, ad oggi, dei fenomeni di corruzione: i quali, evidentemente, devono e possono essere affrontati a prescindere dall’aver condannato alla disoccupazione a vita milioni di giovani Italiani quale conseguenze delle politiche restrittive volute da circa trent’anni per “moralizzare” il Paese (come si è già detto, con risultati ben scarsi nella lotta alla corruzione e, invece, particolarmente rilevanti nella perdita di sovranità, nel crollo degli investimenti, nel ritardo scolastico, scientifico, sanitario, infrastrutturale).

L’attualità di Mattei richiede, quindi, il ritorno ad un’economia sostenibile in termini sociali, con investimenti pubblici, ricerca, scuola, formazione, infrastrutture adeguate, soddisfacente cura delle persone: obiettivi non conseguibili senza un ritorno alla sovranità monetaria, il ripristino della netta separazione tra banche di credito e finanza speculativa, una pubblica amministrazione che si faccia direttamente carico di collaborare con i cittadini per realizzare gli adempimenti previsti da leggi e regolamenti. Tutto ciò in un contesto di cooperazione tra Stati sovrani che, nello spirito del Trattato di Westfalia, si rispettino, nel comune interesse a crescere e scambiarsi esperienze e capacità. Era questo, infatti, il metodo di Mattei e di tanti altri grandi statisti italiani oggi scomparsi, ma non per questo meno attuali: dialogare tra popoli e culture diverse mettendo a disposizione risorse e capacità con l’unico obiettivo di vedere una crescita economica sostenibile perché adeguata alle esigenze di benessere e di libertà delle popolazioni.

martedì 28 ottobre 2014

Lettura del 26 Ottobre


(Testo CEI74)
22
20Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto.
21Non maltratterai la vedova o l'orfano. 22Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, 23la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.
24Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all'indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.
25Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, 26perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso.

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