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Il Blog di Nicoletta Forcheri "Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia. Il resto è propaganda"
Horacio Verbitzky

domenica 24 agosto 2014

“La spendibilità dei Sardex? Io mi sto facendo casa.” | Sardex.net

>Fonte:http://www.sardex.net/2014/07/la-spendibilitaa-dei-sardex-io-mi-sto-facendo-casa/
Qualcuno talvolta ci domanda quanto siano realmente spendibili i crediti Sardex e, non essendoci miglior risposta che quella dei fatti, riportiamo un fresco esempio su ciò che avviene all’interno del Circuito di Credito Commerciale Sardex.net.
Sono partiti da circa una settimana i lavori di una Ditta Edile – di cui tacciamo il nome per rispetto della privacy dei nostri iscritti – commisionati da un altro Iscritto al Circuito per un valore totale di 60.000 euro, dei quali il 60% verranno pagati in Sardex, ovvero il corrispondente di ben 36.000 euro.
Nello specifico, un iscritto sta costruendo il Secondo Piano di un Immobile pagandolo il 60% in Sardex, dando lavoro ad un’ altra azienda del Circuito che potrà a sua volta riutilizzare i crediti per le proprie spese correnti, acquisti ed investimenti risparmiando liquidità in euro ed aumentando il proprio fatturato.
Oltre che, non dimentichiamoci, evitare di lasciare a casa i propri dipendenti.
In Svizzera, dove il Circuito Wir – molto simile aSardex.net -  è presente da ottantanni, oramai è del tutto naturale costruire e/o vendere immobili in moneta complementare, come raccontammo in un precedente articolo,>Sardex.net, forti delle positive esperienze avute, alcuni imprenditori stanno cominciando ad operare questo tipo d’investimenti con tutto ciò che ne consegue, ovvero il rilancio di un settore importantissimo per il tessuto economico e sociale dell’Isola, quello Edile,  fra i più colpiti dalla crisi che ha investito l’Europa.
Proprio per via dell’alto tasso di operai edili presenti in Sardegna questo è un settore che ci sta particolarmente a cuore, e queste iniziative, al di là di provare ulteriormente quanto il Circuito Sardex.net possa essere utile e vantaggioso per le imprese e la comunità, ci fanno ben sperare per un futuro dove sempre più persone ed imprese capiscano le opportunità e le potenzialità del Sardex come strumento di rilancio economico.
In conclusione, è doveroso un ringraziamento all’area broker che ogni giorno, in prima linea, lavora con serietà e professionalità al servizio degli iscrittiSardex.net al fine di soddisfare le esigenze personali di ognuno conciliandole con quelle del gruppo, compiendo un minuzioso e delicato lavoro affinché il Circuito mantenga il suo equilibrio e nessuno rimanga mai indietro.
Perchè la vera forza del Circuito è, e sarà sempre, la capacità di saper essere un Gruppo; un Gruppo Unito, coeso, consapevole degli innumerevoli vantaggi che l’unione e la cooperazione in se recano, con gli occhi rivolti al futuro: il futuro d’una Nuova Isola, d’una Sardegna che non subisce più ma stupisce, finalmente con sorrisi di speranza da affiancare  a quest’eterno incantevole sole.



 http://www.repubblica.it/next/2014/06/23/news/dalla_sardegna_al_resto_d_italia_sardex_inventa_la_moneta_complementare_abbiamo_ripensato_l_economia-89771112/

Dalla Sardegna al resto d'Italia. Sardex inventa la moneta complementare. "Abbiamo ripensato l'economia"

Viaggio nelle start up in gara al 'Next' di Siena. Tra le cinque eccellenze c'è Sardex, una moneta complementare capace di affiancarsi a quella tradizionale. "Le aziende dell'isola hanno la possibilità di sostenersi a vicenda, finanziandosi reciprocamente senza interessi". Così Carlo Mancosu racconta Sardex, che conta duemila imprese aderenti e sette circuiti avviati in Italia





Sono partiti dalla Sardegna e stanno approdando in ogni angolo d'Italia. Progetto ambizioso e rivoluzionario: ridefinire  le relazioni tra i vari soggetti economici, anche molto diversi tra loro. Un progetto che sta scalando l'interesse delle comunità  -  a cominciare da quella sarda  -  e dei media. Il tutto amplificato da una crisi economica che colpisce indistintamente tutto il territorio nazionale, ma che in fondo vede molte difficoltà concentrarsi in aree specifiche del Paese. E tra queste si segnala la Sardegna.

Ecco allora Sardex, un circuito economico e qualcosa di più. "Siamo una fucina sempre attiva, un laboratorio in cui immaginare insieme l'isola di domani, un nuovo modello di cooperazione appositamente pensato per le comunità locali", racconta Carlo Mancosu, trentaquattrenne cagliaritano e uno degli ideatori nel 2009 di Sardex. net, anche se l'intuizione è ascrivibile alla seconda metà del 2007. "E' proprio in quel periodo che avevamo cominciato a guardare con una certa apprensione a ciò che stava accadendo Oltreoceano. Il fatto che la crisi partisse proprio dal sistema finanziario ci ha portato a riflettere sulle inevitabili ricadute di quest'ultima sull'economia reale. Eravamo però consapevoli già da allora che si trattava di una crisi finanziaria e non di una crisi produttiva", ricorda Mancosu, che attualmente nella start up ricopre il ruolo di responsabile della comunicazione.

In fondo Sardex è una moneta complementare e supplementare, capace di affiancarsi a quella tradizionale. "Di fatto ne ha controbilanciato almeno in parte la caduta. Perché si tratta di un circuito in cui le aziende dell'isola, attraverso l'utilizzo di una unità di conto digitale, hanno la possibilità di sostenersi a vicenda, finanziandosi reciprocamente senza interessi". Non un'alternativa pura e semplice, ma un'opportunità in più. I numeri oggi raccontano il coinvolgimento di una comunità: duemila imprese aderenti, trentacinquemila operazioni e oltre ventidue milioni transati negli ultimi dodici mesi in Sardegna. E poi, dettaglio non trascurabile, ben sette circuiti avviati in Italia nell'ultimo anno. Dal 2011 è entrata nella start up  DPixel, con un investimento seed, e in fondo con la consulenza per la definizione di modello scalabile e replicabile. Sardex vive di connessione, di scambio costante, di reti: "Il nostro legame con le nuove tecnologie? Nel mio paese la banda larga è arrivata nel 2009 e nello stesso anno è nata Sardex. Come si può facilmente immaginare non si tratta affatto di una coincidenza".

Cosa rappresenta oggi Sardex ?
"Dal mio punto di vista è prima di tutto un modo nuovo di pensare le relazioni ed i rapporti tra i soggetti economici. Siamo partiti dalla Sardegna e in fondo stiamo  nell'isola. Non solo un circuito economico ma anche un sistema in grado di generare, accanto ai risultati economici, coesione sociale, di ritessere la trama relazionale all'interno delle nostre comunità, rafforzando i legami fiduciari preesistenti e contribuendo a crearne di nuovi".

Da cosa nasce questa intuizione? E come si arriva alla creazione di una vera e propria impresa? 
"Era necessario trovare il modo di introdurre un nuovo strumento econometrico capace di sostenere gli scambi ed al contempo di fornire alle imprese un canale di finanziamento supplementare ed aggiuntivo. Uno strumento che andasse a svolgere, almeno in parte, alcune delle funzioni che, per via della crisi, gli strumenti tradizionali avrebbero faticato a svolgere con efficacia. E così abbiamo fatto".

Da quali modelli siete partiti?
"Certamente ci siamo ispirati alle teorie economiche di Proudhon, Gesell, Polany, Fischer, Kohr e Keynes. E poi alla oramai ottantennale esperienza del circuito svizzero WIR, che conta 65.000 imprese aderenti ed un giro d'affari in WIR di oltre 2 miliardi all'anno".

Che tipo di pubblico intercetta?
"Le comunità in senso lato: imprese, professionisti, lavoratori, associazionismo e terzo settore e molto presto i cittadini".

Gli ingredienti per il successo di un'idea di questo tipo?
"Innanzitutto l'eterogeneità tra le nostre personalità e competenze, una grande determinazione e tenacia. E poi tantissimo studio e duro lavoro. In ultimo, ma non meno importante, il tempismo: spesso infatti non conta arrivare per primi ma arrivare al momento giusto".

Qual è l'elemento 'wow' di questa moneta complementare?
"Sono senza dubbio le imprese, i professionisti e gli operatori del terzo settore che, insieme a noi, partecipano giorno dopo giorno a Sardex. net. Sono loro la piccola rivoluzione silenziosa, la vera anima di Sardex. Senza il loro entusiasmo e la loro voglia di cambiamento il circuito non esisterebbe".

Cosa rappresenta fare oggi in Italia una start up?
"Direi smettere di lamentarsi e fare. Significa provare ad essere artefici del proprio destino. Significa non aspettare di subire il cambiamento ma di divenirne parte attiva".

Cosa vi spinge ad andare avanti?
"La convinzione che quello che stavamo facendo non solo era giusto ma anche necessario, non solo per noi ma anche per le nostre comunità. La certezza che Sardex. net, pur non rappresentando la soluzione alla crisi economica e sociale che stiamo vivendo, possa comunque rappresentare una parte importante di essa".

Le prossime sfide?
"Puntiamo all'ingresso dei singoli cittadini nella rete, al rafforzamento del network nella penisola con l'apertura di almeno altri cinque circuiti entro il 2014 e all'avvio della sperimentazione con la Pubblica Amministrazione. A questo proposito siamo parte di un progetto finanziato dalla Unione Europea che prevede, oltre alla nostra, l'avvio di altre due sperimentazioni. Una in Catalogna e l'altra a Bristol".

Un consiglio ai giovanissimi che vorrebbero provare a misurarsi su un'esperienza di start up? 
"Il primo suggerimento è provateci. Nella vita gli errori non commessi pesano di più di qualsiasi fallimento. Il secondo è di pensare fuori dalla scatola e di non farsi condizionare. E poi il terzo è di non dimenticare mai che le persone vengono prima di qualsiasi algoritmo".

Perchè il pareggio di bilancio è garanzia di fallimento | Imola Oggi

Fonte: http://www.imolaoggi.it/2014/08/24/perche-il-pareggio-di-bilancio-e-garanzia-di-fallimento/



italia

24 agosto – Il pareggio in bilancio imposto dall’UE è stato inserito in costituzione dal Governo Monti. Molti economisti e giuristi hanno spiegato egregiamente il perché il pareggio in bilancio sia un vero suicidio economico, posto che rappresenta la certificazione dell’impossibilità per una nazione di crescere. Spiegazioni estremamente approfondite sono però spesso indigeste al grande pubblico così consentendo la prosecuzione di politiche economiche prive di senso.
Ci si propone dunque in questa sede di sottoporre all’attenzione dei lettori meno avvezzi a considerazioni economiche un esempio che chiarisca meglio cosa comporti il pareggio in bilancio in un paese privo di sovranità monetaria come è oggi l’Italia.
Immaginiamo di essere cittadini di una nuova nazione ed essere all’anno zero dell’introduzione da parte dello Stato della moneta quale mezzo di scambio di beni o servizi. Questo nuovo Stato decide di stampare la propria moneta e di distribuirla alla gente. Come immetterà questa moneta ai fini del nostro esempio semplificato non rileva (normalmente comunque tale emissione avviene con la spesa pubblica). Nel primo anno la nostra nazione immette in circolazione 10 monete decidendo di non applicare alcuna tassazione. Le 10 monete emesse vengono convenzionalmente indicate quale passività nel bilancio dello Stato e prendono fin dal primo anno il nome di debito pubblico.
Tale politica accomodante prosegue per dieci anni. A questo punto è davvero immediato sapere a quanto ammonterà la base monetaria per i cittadini: sarà pari a 100 monete complessive. Dunque pari a 100 sarà anche il valore del corrispondente debito pubblico.
Il nostro Stato dopo questi primi ottimi dieci anni decide di cedere la sovranità monetaria. Da tale data sarà una Banca privata a stampare la moneta ed a prestarla allo Stato al tasso d’interesse che nel nostro esempio immaginiamo essere del 10%. Ma il nostro Stato non si limita a cedere la proprietà della nuova moneta emessa alla banca ma gli cede anche la proprietà di tutta la moneta già circolante.
Nel primo anno successivo all’introduzione del nuovo sistema lo Stato si troverà costretto a pagare gli interessi alla Banca per tutta la moneta circolante ovvero le famose 100 monete. Con un saggio d’interesse annuo del 10% lo Stato dovrà pagare 10 monete alla Banca a fine anno. Ma lo Stato non può più stampare, dunque come farà a restituire la moneta alla Banca?
Facile! La Banca, bontà sua, accetterà quale corrispettivo del debito mere obbligazioni da parte dello Stato. Ecco dunque che nei successivi 5 anni, continuando le medesime politiche di spesa precedenti (sempre 10 monete), il nostro Stato chiederà in prestito 10 monete l’anno sempre senza tassare. Facile calcolare che al termine dei dieci anni il totale della moneta circolante sarà pari a 150. Il paese sarà sempre più ricco e felice. Ma c’è un problema, nel medesimo lasso di tempo, il debito pubblico non sarà più pari alla moneta circolante ma, a causa degli interessi del 10% annui sulle obbligazioni emesse dallo Stato, sarà ben più alto, ovvero pari alla moneta circolante più gli interessi maturati di anno in anno così arrivando ad un totale di 228,20 a fronte di una base monetaria complessiva di appena 150.
Il tasso d’interesse del 10% è più alto di quello realmente pagato dall’Italia sui titoli di Stato in questi anni (si è arrivati al massimo al 7%) ma il dato che conta evidenziare in questa spiegazione per profani è che se tutta la moneta circolante crea interessi il debito diventa immediatamente maggiore del totale della moneta circolante e diviene pacificamente inestinguibile in moneta (ma in beni reali si! Ricordate le privatizzazioni?), salvo il ritorno alla sovranità monetaria nazionale.
Dall’anno successivo, dunque il sedicesimo della nostra simulazione ipotetica, la banca privata proprietaria della moneta circolante (che la crea dal nulla in base alla richiesta come una volta faceva l’Italia) improvvisamente dice allo Stato che il debito è troppo elevato e che dunque, se vuole che la banca continui a comprare le sue obbligazioni, dovrà almeno mantenere invariato il tetto complessivo del debito. Con un debito complessivo di 228,20 monete lo Stato dovrà ogni anno restituire a titolo di interessi il 10% di predetto importo ovvero ben 22,82 monete l’anno. Lo Stato a questo punto deve recuperare attraverso la leva fiscale 22,82 monete l’anno per avere il pareggio in bilancio. Con una base monetaria complessiva di 150 monete è chiaro che a causa dei soli interessi lo Stato terminerà la moneta in meno di 7 anni. La conseguenza del calo di moneta circolante provocherà una violenta recessione fino al completo arresto del sistema economico nel termine suindicato di sette anni (se avete capito il ragionamento ora vi verrà in mente perché l’UE oggi non vuole più tassare i redditi ma le proprietà! Vuole massimizzare l’efficacia di una politica recessiva).
Ovvio dunque, la matematica non è un’opinione, che una nazione per sopravvivere economicamente ad un sistema di moneta debito non può avere il pareggio in bilancio. Solo per mantenere costante la base monetaria circolante sarà necessario ogni anno incrementare il debito della quota interessi complessivamente dovuta. Conseguentemente per aumentare la base monetaria il debito andrà incrementato costantemente e con una progressione non lineare ma esponenziale.
A questo punto si potrebbe obiettare che la nostra nazione immaginaria è fallita per sua colpa! Non ha tassato per 15 anni, se la sono cercata! Nulla di più falso e la matematica ci può aiutare a capire il perché: se anche fin dall’anno zero la nazione avesse tassato, anche moltissimo, sarebbe comunque fallita non appena persa la sovranità monetaria; avrebbe semplicemente impiegato un numero maggiore di anni.
Dunque cosa fa comprendere tutto questo? L’attuale sistema monetario è una follia logica e giuridica (è un crimine!). La sua funzione reale non può che essere una, quella di obbligare le nazioni ad accettare ogni tipo di riforma richiesta dalla banca proprietaria della moneta che, grazie a detta proprietà, ha assunto il controllo assoluto del sistema.
Questo articolo vuole essere un metodo di divulgazione auspicabilmente alla portata di ogni lettore, senza complicati calcoli o formule economiche. Le domande dunque sono ben accette. Spero solo di non aver guastato la giornata a qualcuno…

sabato 23 agosto 2014

Iraq, ammazzare i bambini è terribile - Il Fatto Quotidiano

Delirio di Jacopo Fo, "anche ammazzare gli adulti non va bene", ma "ammazzare i bambini è terribile", come se nell'orrore più bieco si potesse fare una graduatoria dell'inferno. Quando non si crede alla differenza tra il bene e il male, quando si ignora l'esistenza del maligno, si è già preda del male al punto da incolpare gli uni e non gli altri, al punto da giustificare la reazione dei terroristi, che pure hanno tratto humus fertile nelle invasioni occidentali, al punto da ripetere e credere alle futili giustificazioni del male che la propaganda ci ha propinato - portare la democrazia, oppure a quelle della contro propaganda, "i poveri musulmani è giusto che si vendichino". O da incolpare gli uni contro gli altri, quasi per giustificare l'eziologia del male. Questa è la sorte dell'uomo SENZA DIO, SENZA MALIGNO, SENZA SCELTA, questa è la sorte dell'uomo che relativizza tutto persino i massacri di massa dei feti per poi scandalizzarsi dei massacri di massa di quei feti diventati bambini, questa è la sorte infine dell'uomo senza il Verbo di Cristo che disse, dalla violenza può solo nascere altra violenza, per fermare la violenza bisogna invertire la marcia, tendere l'altra guancia, la frase più problematica del vangelo, che si contrappone alla legge dell'occhio per occhio, dente per dente che ci porterà all'apocalisse.
NForcheri 23/8/2014

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/22/iraq-ammazzare-i-bambini-e-terribile/1096199/

I Monti di Pietá | don Curzio Nitoglia: l'inganno francescano

Commento all'articolo di cui sotto:

Sono d'accordo con i domenicani che considerarono usura la francescana pratica di prestare in cambio di pegno al prezzo del 4% della somma (cfr. articolo sotto), poiché qualsiasi tasso d'interesse è usura, ed è per natura, guadagno dalla moneta. La foglia di fico con cui i francescani hanno voluto difendere i loro Monti di Pietà non basta e cioé che tale interesse sarebbe il mero prezzo da pagare per il lavoro e il mantenimento della cosa/pegno del Monte: niente di più falso. Per non essere usura tale prezzo sarebbe dovuto essere stabilito forfettariamente, in base al reale lavoro fornito e non in base alla somma principale prestata...
E' tutta la differenza che corre quindi tra forfait o prezzo equo per un lavoro e interesse su una somma di moneta prestata, tra retribuzione e usura, tra ente sociale e banca...E non è che perché l'interesse è inferiore al 4% che la smette di essere per definizione interesse.
Teorie odierne incorrono ancora oggi in questa confusione ontologica giustificando ad esempio tassi d'interesse inferiori al tasso d'inflazione: ma cos'è il tasso d'inflazione? Non è forse, per essere corretti, la percentuale di aumento periodico della massa monetaria? Tale massa monetaria, essendo tutta originalmente prestata a un tasso d'interesse iniziale, anche nel XV secolo di cui trattasi, tale tasso d'interesse non farà che aumentare in modo esponenziale il bisogno di accrescere la stessa massa monetaria e quindi lo stesso tasso d'inflazione...
Tale inganno ritorna travestito nelle fumose teorie delle banche del tempo, come se il tempo fosse un'entità miracolosa che crea moneta, che sappiamo tutti che non è, e come se il tempo potesse appunto produrre quel surplus di moneta richiesto dagli interessi che nella società non esistono al momento dell'emissione del prestito; senza contare che tale ideologia è peggiore ancora della francescana idea di banca con  i Monti di Pietà dal guadagno ipocritamente e forzosamente "frugale" poiché ad essere messo in PEGNO è il TEMPO stesso del debitore e quindi la sua vita stessa.. un altro modo di onorare mammona...
In una società veramente libera non ho bisogno di mettere in pegno il mio tempo in cambio di moneta, semmai ho bisogno di im-pegnarmi per un ideale e un progetto condiviso, sì, ma non in cambio di soldi, quelli devono esserci e circolare senza ipoteche, senza interessi, senza debito iniziale, solo un im-pegno generale al nostro miglior benessere...
Quindi da quel che vedo anche nella teologia della Chiesa c'è un confusione, e non da ieri, e va fatta chiarezza...
NForcheri 23/8/2014


Fonte: http://doncurzionitoglia.net/2014/07/10/i-monti-di-pieta/

Il cambiavalute
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I Monti di Pietà come rimedio all’usura delle banche
I Monti di Pietà nascono come enti pubblici dove, posta una somma di denaro come fondo o riserva, si concede una parte di questa stessa somma di denaro come mutuo o prestito a chi ne ha bisogno, per lo più ai poveri, in proporzione di un oggetto prezioso che colui il quale  chiede il mutuo depone al Monte di Pietà, a condizione che la somma prestata sia restituita al tempo che è stato fissato (normalmente un anno) il dì del prestito per riottenere l’oggetto impegnato o depositato con un leggero interesse unicamente allo scopo di ammortizzare le spese dei Monti di Pietà e mantenerli in vita di modo che non vadano falliti. Dopo il tempo pattuito, se il mutuo non viene restituito, il pegno è venduto e l’eventuale sovrappiù va a chi ha ottenuto il prestito (mutuatario), mentre l’equivalente del prestito va al fondo del Monte di Pietà.
«Lo scopo di Monti  di Pietà è di prestare denaro in cambio di un pegnocon un pagamento minimo di un tenue contributoper coprire le spese di mantenimento  di esercizio del Monte e dei suoi impiegati, per combattere l’usura e venire in aiuto delle classi meno abbienti. […]. La fondazione dei Monti di Pietà fu un’innovazione importantissima dal punto di vista sociale, sorta attorno al Quattrocento […] se ne avvantaggiarono quanti non avevano solide garanzie da offrire e sarebbero stati costretti a ricorrere agli usurai» (Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1378 e 1380, voce “Monti di Pietà”).
Il pagamento di un contributo minimo (circa il 4%) da parte di chi aveva ricevuto il prestito o mutuo (mutuatario) era fatto per sovvenire al mantenimento del Monte di Pietà e al pagamento del salario dei suoi impiegati e non per lucro o interesse da parte del Monte e quindi per usura. Infatti gli scolastici consideravano, a partire dalla dottrina economica di Aristotele, il denaro solamente un semplice mezzo di scambio, in sé improduttivo, quindiogni interesse o guadagno proveniente dal mero prestito di denaro era considerato usura.
Lo scopo dei Monti di Pietà è di evitare che chi chiede il prestito cada nelle mani degli usurai e delle banche, le quali prestano ad interessi leciti legalmente, ma moralmente ingiusti (30-35% circa) e quindi in realtà sono usurai legalizzati o “bankster”.
I Francescani riformati del XV secolo (il Beato Bernardino da Feltre, S. Giacomo della Marca, S. Bernardino da Siena) idearono e attuarono i primi Monti di Pietà a scopo caritativo, che concedevano assistenza ai bisognosi mediante mutui quasi gratuiti con il riscatto di un pegno. Essi erano chiamati anche Montes Christi Deposita Apostolorumper distinguerli dalla banche a scopo lucrativo.
Il primo Monte di Pietà nacque nel 1462 in Umbria a Perugia ad opera del padre Michele Càrcano, poi se ne aprirono altri in Orvieto nel 1463, in Toscana, in Romagna, nell’Italia settentrionale e quindi in tutta Italia.
I fondi erano costituiti dalle pie elargizioni lasciate dai fedeli facoltosi ai Francescani. Poi, una volta venutasi a formare una consistente e sufficiente disponibilità di denaro liquido, chi ne aveva bisogno ne faceva richiesta, depositando come pegno al Monte di Pietà un oggetto prezioso che veniva stimato in denaro corrispondente, con l’impegno di restituire al tempo stabilito la somma di denaro pattuita e ricevuta. Allo scader del tempo il mutuatario restituiva la somma di denaro con l’aggiunta di un piccolo interesse del 4% circa l’anno per mantenere in piedi il Monte di Pietà, che sfruttava il lieve guadagno per sovvenire alle spese che il Monte doveva sostenere (impiegati, mantenimento della casa…). Il resto aumentava i fondi permettendo di prestare ancor di più ai bisognosi, senza ulteriori interessi che non dovevano superare il 4%. Se il pegno non veniva richiesto o non poteva essere riscattato, dopo un tempo ulteriore allo scader di quello pattuito, era venduto e il prezzo ricavato entrava nel fondo del Monte per il mutuo ai poveri.
Per il primo Monte di Perugia (1462) le regole erano tre: 1°) il mutuo doveva darsi solo ai poveri, e non ai benestanti, in piccola quantità e non per oltre un anno; 2°) chi riceveva il mutuo doveva depositare presso il Monte un pegno, valutato e custodito dai responsabili del Monte stesso. Dopo un anno se il mutuo non veniva restituito, il pegno era venduto el’eventuale sovrappiù andava al mutuatario, mentre l’equivalente del prestito andava al fondo del Monte di Pietà; 3°) i mutuatari dovevano dare un modico interesse (il 4% circa)unicamente per il giusto salario dei dipendenti del Monte  e per le altre spese (affitto, mantenimento della casa, pulizie, restauri…).
Se all’inizio solo i poveri potevano ottenere il mutuo, col passar del tempo e la crescita dei fondi dei Monti si concessero mutui anche alle autorità civili, qualora vi fossero delle necessità pubbliche, ma sempre all’interesse minimo (4%). Il sopravanzo veniva reinvestito dai Monti in altre opere pie (ospedali, scuole, mense, ostelli per i poveri…).
 Liceità morale dei Monti di Pietà
La nascita dei Monti di Pietà suscitò molte dispute, soprattutto tra i Domenicani (contrari ai Monti) e i Francescani (favorevoli).
Infatti il Concilio di Vienna (1311, DB 749) aveva proibito l’usura ed anche il minimo guadagno per il prestito di un bene di scambio o “fungibile” come lo è il denaro. Ora i Monti prestavano denaro e guadagnavano un minimo da tale prestito. Quindi i Domenicani ritenevano l’attività dei Monti del tutto illecita e usuraia, mentre i Francescani obiettavano che il guadagno non derivava dal prestito del denaro, ma dal contributo dovuto al pagamento del mantenimento e funzionamento dei Monti con i loro dipendenti.
Secondo la Teologia scolastica solo due fonti possono dare un lucro lecito: la natura o la sostanza (albero da frutta, terreno, casa…) e il lavoro (seminare, irrigare, mietere, potare, raccogliere, fare i conti, insegnare…). Ora nel caso dei Monti di Pietà vi è la casa in cui si concede il mutuo e i dipendenti che vi lavorano facendo i conti. Inoltre vi sono tre eccezioni, che confermano la regola e che rendono lecito il guadagno sul mutuo di una cosa in sé infruttuosa come lo è il denaro: 1°) se ne subisco un danno (non ho più il milione che ho prestato, con cui potevo comprare una casa); 2°) se cessa il lucro che ottenevo dalla cosa prestata (la mia famiglia deve pagare l’affitto poiché non ho acquistato la casa); 3°) se corro il pericolo di non riavere il bene che ho prestato (Tizio è poco serio e forse non vorrà restituire il dovuto). In questi tre casi si ha il diritto di esigere qualcosa, ma non in forza del mutuo o prestito o dell’uso del denaro, bensì per motivi estrinseci al mutuo in quanto tale o all’uso del denaro (cfr. Billuart, Cursus Theologiae. Tractatus de contractibus, diss. IV, a. 5 § 4, che cita in suo favore sant’Antonino, Gaetano, Ferrarensis).
Benedetto XIV nella parte teorica della sua Enciclica Vix pervenit (1° novembre 1745) ha confermato le leggi precedenti e le dovute eccezioni che confermano la regola: «Dal prestito, per sua natura, si esige che sia restituito solo ciò che fu prestato. Se si chiede più di ciò che si prestò, pretendendo che oltre il capitale sia dovuto un certo guadagno in ragione del prestito stesso, vi è usura. […] Non si nega che talvolta nel contratto di prestito possano intervenire alcuni altri titoli esterni al mutuo stesso […] e che da essi derivi una ragione lecita per chiedere qualcosa in più del capitale che si prestò» (Benedetto XIV). Mentre nella parte pratica dell’Enciclica il Papa mitiga la disciplina, senza cambiare la dottrina, sull’usura  o sul concetto di denaro, perché «questo cambiamento viene attribuito  alle condizioni economiche e ai titoli estrinseci moltiplicati. La dottrina tradizionale resta però sempre immutata» (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 4a ed., 1968, 2° vol., p. 1738).
Il CIC (1917) can. 1543 sanziona tale principio nella prima parte del canone citato: «se un bene viene dato a qualcuno in proprietà perché lo restituisca più tardi nello stesso genere, da questo contratto non è lecito prendere nessun guadagno in ragione dello stesso contratto [“ratione ipsius contracti”]». Tuttavia dopo aver ribadito in teoria nella prima parte del canone la dottrina tradizionale sulla sostanza o natura del mutuo, la seconda parte del canone parla, in pratica e in concreto, delle circostanze estrinseche al mutuo: «nel prestito della cosa fungibile, non è illecito mettersi d’accordo su un guadagno ammesso dalla legge, eccetto che non consti essere sproporzionato» (cfr. F. Roberti – P. Palazzini, op. cit., pp. 1739-1740) perché se vi è sproporzione e guadagno diretto solo dall’impiego del denaro vi è usura.
I canonisti e i moralisti scesero in campo e attaccarono battaglia. Il padre agostiniano Nicola Boriano pubblicò un libro intitolato De Montibus Impietatis,(Cremona,1494). Addirittura anche il famoso teologo domenicano cardinal Tommaso de Vio, detto il Cajetanus, scrisse unTractatus de Montibus Pietatis nel 1498 e si schierò contro i Monti. Il francescano Bernardino da Bustis scrisse un libro titolato Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia del 1497, in cui condannava l’usura in quanto guadagno derivante dal solo prestito di denaro e dall’intento di arricchirsi col prestito, però siccome i Monti non ricavavano denarodal prestito, ma solo dal pagamento del mantenimento delle loro case e dei loro impiegatie non avevano alcuna intenzione di arricchirsi, ma solo di impedire lo sfruttamento dei poveri da parte dei veri usurai, il mutuo praticato dai Monti non era illecito né usuraio, ma era il giusto guadagno per un opera prestata (affitto di una casa, stipendio di un impiegato ragioniere…).
Dovette, quindi, intervenire il Magistero ecclesiastico e papa Leone X (1513-1521) nel V Concilio Lateranense (sessione X, maggio 1515, DB 739) discusse la liceità del prestito ad interesse. Il Concilio e il Papa decretarono che, siccome il guadagno veniva ai Monti di Pietà non dal prestito del denaro, ma dal dovuto pagamento del giusto salario agli impiegati e delle spese per la conservazione materiale del Monte, tale guadagno era del tutto lecito e non usuraio. Fu così che i Monti di Pietà si diffusero in tutta Europa. Pian piano però iniziarono a degenerare e a diventare vere e proprie banche che prestavano denaro e guadagnavano dal prestito stesso in maniera sproporzionata, ossia ben oltre il 4%. Dopo il Settecento e soprattutto dopo l’epoca napoleonica i Monti furono sottratti alla Chiesa, che esigeva ancora la chiusura del Monte richiedente un interesse superiore al 4% (si tollerava un massimo del 6%), e divennero strumento di prestito ad alto interesse (30-35%).
Importanza pratica dei Monti di Pietà
I Monti di Pietà ci fanno capire in pratica quale sia l’importanza della vera economia e politica contro la falsa affaristica e partitica.
Aristotele parla della politica come di una scienza architettonica, la quale coordina e dirige tutte le altre scienze pratiche (l’economia, il diritto, la medicina, l’edilizia, ecc…), che essa applica per regolamentare la convivenza pacifica della comunità. Quindi l’economia deve essere subordinata alla politica, la finanza allo Stato.
Nello stabilire la gerarchia della Prudenza pubblica San Tommaso d’Aquino distingue tra loro e mette al primo posto la politica, che è la virtù di Prudenza ordinata al bene comune dello Stato; poi l’economia, la Prudenza che si occupa del bene comune della casa o della famiglia; infine la monastica, la Prudenza che si occupa del bene comune di una singola persona.
Economia significa “governo della famiglia o del focolare domestico” (dal greco “òikos,casa” e “némein, governare”). La ricchezza o il benessere materiale ha rapporto con la prudenza economica non come Fine ultimo, ma come causa strumentale in ordine al raggiungimento del Fine ultimo, ossia la ricchezza è un mezzo di cui la famiglia si serve per vivere virtuosamente e unirsi a Dio (S. Th., II-II, q. 50, a. 3, ad 1; ivi, q. 47, a. 12).
Sempre per l’Angelico è del tutto lecito avere una ordinata sollecitudine per procurare il necessario per sé e per la propria famiglia ed anche in previsione delle necessità future (S. Th., II-II, q. 55, a. 6, ad 2; ivi, a. 7). Solo la preoccupazione disordinata dei beni materiali è riprovevole poiché antepone i beni terreni a quelli ultraterreni.
L’Economia classica (cfr. S. Th., II-II, q. 47, a. 11; ivi, q. 50, a. 3; Commento all’Etica di Aristotele, lez. 1). Il suo rovesciamento è l’Affaristica moderna (contro cui son stati eretti i Monti di Pietà), che è l’arte di arricchirsi come Fine ultimo dell’uomo e delle famiglie. Se alla sana Economia familiare segue l’ordine sociale o la Politica tradizionale, che si fonda sul Diritto naturale, all’Affaristica segue la Plutocrazia, che è il governo della Finanza su questo mondo in vista dei beni di questo mondo et non plus ultra.
Di qui la necessità di studiare e mettere in pratica la vera Economia (v. Monti di Pietà) e di distinguerla dalla sua degenerazione che è la moderna Pecuniativa, Affaristica o Finanziaria (v. Banche e Usura).
Se per Aristotele la moneta aveva solo una funzione di scambio con i beni di natura e non poteva mai essere mezzo di guadagno (Etica, V, 10, 1933a 20; Politica, III, 13, 1257a 35), per San Tommaso (S. Th., II-II, q. 77, a. 4; ivi, q. 78, a. 1) è lecito negoziare e guadagnare attraverso il commercio, vendendo un bene naturale ad un prezzo moderatamente più caro di quello a cui si è comperato (“lucrum moderatum”). Infatti se il commerciante ha apportato delle migliorie al bene comprato o si è esposto a dei rischi nel trasporto  della merce, è giusto che la rivenda ad un prezzo proporzionatamente più alto di quello a cui l’ha pagata. Il guadagno, in questo caso, è il compenso di un lavoro e non una ruberia. Se invece si commercia solo per procurarsi guadagno, senza corrispondenza alle necessità della vita ed al lavoro svolto nella compra-vendita, allora vi è un disordine poiché porta alla cupidigia del lucro, che non ha fine, ma tende all’infinito. In questo senso il commercio non è più Economia, ma Affaristica, Crematistica o Pecuniativa e contiene una certa malizia in se stesso (“quamdam turpitudinem habet”) in quanto non è ordinato a nessun fine onesto o necessario, ma è fine a se stesso (cfr. Aristotele, Politica A, 3, 1258b 10 ss.; S. Tommaso,Commento alla Politica di Aristotele, lez. 7-8; B. Meerkerlbach, Summa Theologiae Moralis, II, n. 538).
Nel De regimine principum (lib. I, cap. 15) l’Angelico spiega che affinché l’uomo possa vivere virtuosamente son richieste due cose: “l’azione virtuosa in sé e una presenza sufficiente di beni materiali il cui uso è necessario per vivere bene”.  Ebbene con i Monti di Pietà si è voluto sovvenire a questo secondo elemento della conduzione familiare. Infatti “per ottenere la felicità imperfetta in questa vita sono necessari anche dei beni materiali,non come essenziali alla felicità, ma in quanto servono come strumenti per ottenere la felicità di una vita virtuosa. In questa vita l’uomo che è composto di anima e corpo deve poter provvedere anche al mantenimento dei suoi bisogni materiali” (S. Th., I-II, q. 4, a. 7).
 Per l’Aquinate (S. Th., I-II, q. 9, a. 1) siccome la moneta è stata inventata per facilitare gli scambi, servendo da misura per la compra-vendita (S. Th., I-II, q. 9, a. 1), per natura essa è uno strumento (e non un fine) ordinato ad aiutare l’uomo a procurarsi i beni sufficienti richiesti per sé e per la sua famiglia affinché possano vivere virtuosamente. Quindi è contro la natura della moneta se la produzione e la distribuzione dei beni di natura dovessero conformarsi alle esigenze della produzione della moneta, mentre l’ordine naturale è tutto il contrario ossia la moneta - come misura stabile del valore dei beni di natura - deve conformarsi a facilitare lo scambio dei beni prodotti (cfr. cardinal Tommaso de Vio detto Cajetanus, De cambiis, cap. 5).
Conclusione
Come si vede esistono due concezioni diametralmente opposte dell’uomo, della famiglia e dello Stato. Da una parte la Plutocrazia o il Regno di Mammona e delle Banche, che fa dellaricchezza materiale il fine ultimo dell’uomo e sottomette sia l’individuo che lo Stato alla Finanza. Il suo “dio” è l’oro. Dall’altra parte vi è la vera e sana Economia, la quale dirige con Prudenza la famiglia o il focolare domestico al suo fine prossimo (ordine interno e benessere temporale) subordinatamente al Fine ultimo (Dio conosciuto, amato e posseduto).
La Dottrina sociale della Chiesa propone come rimedio possibile a tanto sfacelo (Plutocrazia/Collettivismo/“Banco-crazia”) l’unica via che si deve e si può percorrere: laFrugalità contro il Consumismo che spinge a spendere e spandere, indebitarsi e rovinarsi l’esistenza ecco, dunque, qual è la necessità dei Monti di Pietà contro la banca e l’usura.
d. Curzio Nitoglia
 7  luglio  2014

Da “Sodoma e Gomorra” al “Decalogo di Satana”, anche in Italia? | don Curzio Nitoglia

Fonte: http://doncurzionitoglia.net/2014/02/15/da-sodoma-e-gomorra-al-decalogo-di-satana-anche-in-italia/

Da “Sodoma e Gomorra” al “Decalogo di Satana”, anche in Italia?

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Da “Sodoma e Gomorra” al “Decalogo di Satana”, anche in Italia?

~ Educazione (o meglio ‘perversione’) sessuale a partire dall’asilo ~

Sì in Italia la situazione è molto peggiore di quella di Sodoma poiché siamo arrivati all’anti-Decalogo! Infatti giunge or ora anche dall’EU in Italia un manuale di educazione (o meglio di perversione) sessuale a partire dall’asilo, ossia dai 4 (quattro) anni. In  breve è la pedofilia resa obbligatoria per legge nelle scuole a partire dall’asilo infantile.
Il documento per “l’Educazione Sessuale in Europa” è stato redatto durante tutto il corso del 2010. Esso consta di una cinquantina di pagine, è stato realizzato dal “Centro Federale per l’Educazione alla Salute”  di Colonia in Germania e diretto dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) a cura di una ventina di esperti.
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Dopo quattro anni a partire dalla stesura il manuale inizia purtroppo ad essere diffuso in 53 Paesi. L’edizione italiana è stata finanziata dalla “Federazione Italiana di Sessuologia Clinica” (scarica il PDF).
(Il testo dai links originali può essere scaricato qui  e/o  qui)
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Il manuale riguarda sei fasce d’età:
  • 1a) da 0 (zero) a 4 anni: si spiega la masturbazione solitaria e con altri, anche dello stesso sesso;
  • 2a) da 4 a 6 anni: s’insegna l’accettazione dell’omosessualismo;
  • 3a) da 6 a 9 anni: si spiegano i vari mezzi di contraccezione;
  • 4a) dai 9 ai 12 anni: si spiega come utilizzare correttamente profilattici, spirali e pillole contraccettive anche abortive;
  • 5a) dai 12 ai 15 anni: si spiega come interrompere le gravidanze non desiderate (aborto);
  • 6a) dopo i 15 anni: s’insegna che l’aborto è un diritto della donna, la quale  deve emanciparsi dalla famiglia.
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Questo significa voler imporre per legge la depravazione e la corruzione anche dei minori e dei neonati (da zero a quattro anni). Neanche a Sodoma si fece tanto. Eppure Dio la incenerì!
Gli abitanti di Sodoma praticavano la sodomia o omosessualità, ma essa non era legalizzata o teorizzata (Gen., XVIII, 16 – XIX, 28).
Tuttavia Dio disse: “il grido di Sodoma e di Gomorra è cresciuto e i loro peccati si sono aggravati fuor di misura” (Gen., XVIII, 17), cioè la sodomia è un “peccato che grida vendetta al Cielo”, ossia richiama la punizione divina già su questa terra anche attraverso elementi naturali.
Abramo, il cui fratello Lot abitava a Sodoma con la sua famiglia e viveva secondo la Legge di Dio, pregò Iddio e Gli chiese di aver Misericordia di Sodoma. “Punirai, o Signore, il giusto assieme con l’empio? Se a Sodoma vi saranno 10 giusti, anch’essi periranno? Per amore dei 10 giusti non distruggerò Sodoma” (Gen., XVIII, 23).  Dio esige che vi siano almeno 10 giusti, commentano i Padri, per farci capire che per andare in Paradiso occorre osservare i 10 Comandamenti. Però a Sodoma non vi erano neppure 10 giusti, ma solo quattro (Lot, la moglie e due figlie), la metà dei giusti che si salvarono dal Diluvio. Il Signore fece piovere su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco dal cielo e distrusse le due città, i loro abitanti e la regione attorno (Gen., XIX, 23 s.).
Oggi ogni parola umana è vana. Di fronte a tanto sfacelo non resta che “la preghiera e la penitenza” (Madonna di Lourdes, 1858). Infatti solo Dio può porre un rimedio adeguato ad un male tanto universale e profondo, imposto per legge, che obbligherebbe i bambini a peccare. Ora Dio non può permettere che le anime innocenti siano depravate obbligatoriamente con forza di legge senza intervenire con la sua rigorosa Giustizia. Il Regno dell’Anticristo finale avanza a passi da gigante, ma “Cristo lo  annienterà col soffio della sua bocca” (II Tess., II, 8).
Tuttavia dal punto di vista naturale vale il proverbio: “aiutati, ché Dio ti aiuta”. San Tommaso d’Aquino spiega che “la grazia non distrugge la natura, ma la presuppone e la perfeziona” (S. Th., I.,q. 1, a. 8, ad 2).  Quindi si può e si deve ricorrere anche ad azioni legali contro tale tirannide, che supera quella stalinista, la quale cercò di abolire la religione, ma non ha legalizzato il peccato di pedofilia.
Deo gratias, anche in Italia, molte associazioni di difesa del Diritto naturale si stanno organizzando per promuovere raccolte di firme, conferenze ed azioni legali contro tale abominazione, che “non è legge, ma corruzione di legge poiché è contraria alla Legge naturale e dunque anche alla sana ragione” (cfr. S. Th., I-II, q. 95, a. 2). Infatti “quando la legge umana comanda atti contrari alla retta ragione, alla Legge naturale e divina, occorre disobbedire agli uomini per obbedire a Dio. In questo caso non obbedire è bello e giusto” (Leone XIII, Enciclica Libertas, 20 giugno 1888).
Anche la divina Rivelazione ci insegna: “bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini” (Atti degli Apostoli, V, 29). Quindi prendiamo pure parte attiva alla campagna contro questa mostruosità diabolica. Tuttavia per riportare la vittoria completa occorre prendere atto che “questo genere di demoni non si scaccia se non col digiuno e la preghiera” (Mt., XVII, 21).
Purtroppo Freud e Nietzsche hanno vinto la battaglia, ma non la guerra. Anzi dopo questa disfatta (Caporetto) ci sarà la riscossa (Piave). “Le porte dell’Inferno non prevarranno” (Mt., XVI, 18).
Il Freudismo è l’anti-Decalogo o meglio il Decalogo di satana. Esso si fonda sul culto dell’Uomo o dell’Io (modernità idealista) per arrivare all’omicidio, suicidio, enticidio (=distruzione dell’essere) e deicidio (nichilismo post-moderno) e recita:
  • 1° Comandamento: IO sono l’IO tuo, non avrai altro IO all’infuori di IO/ME (culto dell’uomo e dignità infinita della persona umana);
  • 2° Comandamento: IO nomino il nome di “d-io” invano (Dio non esiste, ma comunque è il responsabile di tutti i mali);
  • 3° Comandamento: IO mi ricordo di violare le feste di “d-io” (la domenica si lavora);
  • 4° Comandamento: IO disonoro il padre e la madre (per essere autonomo e realizzato);
  • 5° Comandamento: IO uccido l’innocente (diritto all’aborto);
  • 6° Comandamento: IO voglio, posso e debbo commettere atti impuri anche con minori e dello stesso sesso (liberazione ed educazione sessuale);
  • 7° Comandamento: IO posso rubare (tutto è MIO);
  • 8° Comandamento: IO posso, debbo dire il falso ed imporlo per legge (altrimenti l’educazione sessuale per i bimbi di 4 anni non potrebbe esistere);
  • 9° Comandamento: IO posso e debbo desiderare la donna o l’uomo dell’altro (attenzione all’omofobia, il male più grave che vi sia);
  • 10° Comandamento: IO posso e debbo desiderare la roba degli altri (anche i bambini da zero a quattro anni, infatti hanno il diritto di essere molestati liberamente da parte dell’IO oramai “adulto”).
Invece Gesù ci ha avvertiti: “Guai a chi dà scandalo ad uno di questi pargoli, sarebbe meglio per lui che gli sia legata una mola asinaria al collo e sia gettato nel profondo del mare” (Mc., IX, 42).
Non scoraggiamoci, ma battiamoci con le unghie e con i denti, infatti “Verbum Domini manet in Aeternum, dum volvitur orbis! / mentre il mondo passa, la Parola di Dio resta in eterno”, con buona pace di Freud, Nietsche e dell’Oms.
d. Curzio Nitoglia
15/2/2014
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ALLEGATI

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UNAR_decreto_rep
strategianazionale_definitiva_29aprile-1
strategianazionale_definitiva_29aprile-47
RecCM2010_5_IT-1
RecCM2010_5_IT-4
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Artefici Principali:
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